Energia, ambiente, lavoro, trivelle e un referendum

marzo 30, 2016

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Il prossimo 17 Aprile gli elettori italiani saranno chiamati a votare per un referendum ormai noto come il referendum “No-Triv”: una consultazione per decidere se vietare il rinnovo delle concessioni estrattive di gas e petrolio per giacimenti che si trovino entro 12 miglia marine (circa 22 km) dalle coste italiane. Come da norma, l’esito sarà convalidato se si recheranno al voto il 50 per cento più uno degli aventi diritto al voto. Le regioni promotrici del referendum, nonché quelle più interessate da quest’ultimo, sono Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise (originariamente era incluso anche l’Abruzzo, che ha poi abbandonato la consultazione).

Da sottolineare come questo referendum abbia una particolarità che lo rende unico: per la prima volta nella storia della Repubblica gli elettori votano un referendum richiesto dalle regioni, invece che – come consueto – tramite raccolta firme (tentata ma fallita nello scorso inverno). Questa peculiarità porta con sé una serie di considerazioni a livello puramente politico che non saranno oggetto di questo articolo, il cui intento è fornire informazioni e riferimenti per comprendere cosa comporti il referendum e come si rapporti alla situazione energetico-economica-ambientale attuale.

 

IL REFERENDUM

Nel referendum si chiede agli Italiani di esprimersi circa l’abrogazione di una parte di una legge: art. 6, comma 17, terzo periodo, del Decreto Legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”.

Il comma sopra menzionato stabilisce, nella sua forma attuale, che sono vietate le “attività di ricerca, di prospezione nonché di coltivazione (leggi estrazione) di idrocarburi liquidi e gassosi” entro le 12 miglia marine delle acque nazionali italiane. Impianti esistenti entro questa fascia1 possono continuare la loro attività fino alla scadenza della concessione, prorogabile fino all’esaurimento del giacimento. Si parla quindi di permettere o meno che impianti già esistenti proseguano la loro attività.

Testo del referendum come appare sulla Gazzetta Ufficiale
Testo del referendum come appare sulla Gazzetta Ufficiale.

AMBIENTE E SICUREZZA: LE RAGIONI DEL SÌ

Nelle nove regioni interessate si sono costituite varie associazioni e comitati “No-Triv” che si sono schierati a favore del sì nel referendum. Tali comitati sono appoggiati dalle principali associazioni ambientaliste come Legambiente, Greenpeace e il WWF,  e da alcune forze politiche. Principale preoccupazioni del fronte per il si sono i rischi connessi alle attività di estrazione di idrocarburi in mare, in particolare quelli sanitari ed ambientali. Ricordando l’incidente avvenuto nel 2010 nel Golfo del Messico e il conseguente massiccio rilascio di petrolio in mare, le associazioni insistono sul possibile rischio di uno sversamento che, seppure non potrebbe essere di proporzioni comparabili con quello sopra citato, andrebbe a colpire i nostri mari e le nostre coste.

Argomento parallelo al precedente è il possibile danno che uno sversamento arrecherebbe al turismo in quelle regioni con impianti estrattivi posizionati vicino alle proprie coste. Più in generale viene citata una correlazione tra la sola presenza di impianti estrattivi offshore e un danno al settore turistico della regione nel cui mare questo impianto si trova. Tale legame non è tuttavia dimostrato: regioni con elevato numero di impianti a terra e/o nelle proprie acque hanno settori turistici in crescita. Dai dati Istat l’Emilia Romagna, che è la regione con il maggior numero di impianti estrattivi nelle proprie acque, rimane la meta turistica preferita per le vacanze estive, con un settore turistico in crescita. Analogo trend per la Basilicata, regione del sud più sfruttata per la produzione energetica (in Basilicata si concentra la quasi totalità del petrolio italiano).

Infine le associazioni ambientaliste sostengono che il danno economico conseguente alla chiusura degli impianti sarebbe limitato: gli impianti interessati dal referendum rappresenterebbero circa il 3% del gas e l’1% del petrolio estratti in Italia2 e le tempistiche per la chiusura di tali impianti consentirebbero il reintegro dei lavoratori interessati dal referendum in altre posizioni.

 

LAVORO E RISORSE: LE RAGIONI DEL NO

A favore del no si è costituito il comitato Ottimisti e Razionali, presieduto da Gianfranco Borghini, ex deputato PCI e poi del PdS. Il comitato sostiene che continuare l’estrazione di idrocarburi offshore è un modo sicuro per limitare l’inquinamento: nello specifico l’estrazione di gas e petrolio nei mari italiani consente di evitare il transito nelle nostre acque di decine di petroliere ogni anno che altrimenti dovrebbero compensare la mancata produzione. Tale quantità di petrolio e gas acquistata aumenterebbe il costo che lo Stato sostiene per l’approvvigionamento e incrementerebbe la già elevata dipendenza dai combustibili importati.

Riguardo le preoccupazioni ambientali, il comitato sostiene che l’estrazione dai giacimenti marittimi è sicura. L’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione Ambientale) monitora costantemente le piattaforme (sul sito ISPRA si può avere la posizione in tempo reale della nave addetta alle ispezioni). Analogo monitoraggio è esercitato dall’Istituto Nazionale di oceanografia, dalle Capitanerie di porto, dalle Asl e dall’Istituto Superiore di Sanità. Inoltre il gas naturale non danneggia l’ambiente sottomarino poiché in caso di incidente risale in superficie e si disperde nell’atmosfera; occorre ricordare però che il gas naturale (in particolare il metano in esso contenuto) provoca effetto serra.

Ulteriore importante conseguenza è quella occupazionale e tecnologica: nel settore sono attive circa 120 aziende specializzate nelle varie fasi di ricerca e perforazione, che unite a trasporto, stoccaggio e ricerca danno complessivamente lavoro a 40.000 persone e generano circa 6 miliardi di introiti. Solo il polo di Ravenna, leader mondiale nel settore offshore, occupa 7.000 lavoratori con un fatturato di 3 miliardi.

Le parti a favore del no ricordano infine che a causa della caduta del prezzo del petrolio il settore oil&gas italiano ha già perso circa mille posti di lavoro in Italia e 250 miliardi di dollari di investimenti nel mondo. Altre nazioni europee, come la Gran Bretagna e la Norvegia, si stanno mobilitando per mantenere la loro produzione inalterata favorendo il consumo interno delle risorse estratte dai propri mari al fine di salvaguardare i posti di lavoro, una direzione che il comitato Ottimisti e Razionali ritiene preferibile e fondamentalmente opposta a quella tracciata dal referendum.

 

GUIDA MARITTIMA PER AUTOSTOPPISTI

Attualmente nella fascia delle 12 miglia marine rientrano 21 delle 69 concessioni estrattive marine attive in Italia, valide – in accordo alle leggi in vigore quando sono state stabilite – per 30 anni prolungabili per periodi di 5 anni due volte e infine estendibili fino ad esaurimento del giacimento. Nel caso in cui vincessero i sì, tali impianti dovrebbero cessare la propria attività e poi essere smantellati in un periodo tra i cinque e i dieci anni. Impianti, esistenti o futuri, situati oltre le 12 miglia non vedrebbero modifiche nella legislazione e discorso analogo vale per le trivellazioni a terra.

Cartina indicativa della distribuzione degli impianti offshore nei mari Italiani. Evidenziate le regioni promotrici del referendum.
Cartina indicativa della distribuzione degli impianti offshore nei mari Italiani. Evidenziate le regioni promotrici del referendum.

In Italia, o meglio nei suoi mari, sono attive circa 130 piattaforme offshore per estrazione e produzione di gas metano e petrolio. I quattro quinti del gas naturale e un quarto del petrolio estratto in Italia provengono da giacimenti marittimi. Risulta tuttavia difficile un calcolo della percentuale prodotta dai 21 impianti interessati dal referendum, e forse ancor più complessa è la stima di quante riserve di idrocarburi rientrino nella fascia delle 12 miglia marine dato che questa linea immaginaria attraversa alcuni dei giacimenti. Da tenere presente che ad ogni giacimento è associata una stima circa il suo contenuto di idrocarburi, e non un valore preciso.

Le riserve di gas naturale dei mari Italiani sono quantificabili in circa 50000 milioni di Smc (standard metri cubi). Per il petrolio si parla di circa 9.000 migliaia di tonnellate3. Si stimano ulteriori possibili riserve fino a 700 milioni di tonnellate di petrolio e metano. E’ chiaro che i valori qui riportati sono destinati a cambiare ma a dispetto di quelle che possono apparire come quantità enormi (l’Italia è il quarto produttore europeo di idrocarburi) nella migliore delle previsioni il fabbisogno italiano4 potrebbe essere soddisfatto solo per alcuni anni, e nella peggiore solo per pochi mesi. Occorre precisare che dai giacimenti offshore è estratta solo una frazione (10-15%) del nostro fabbisogno, il che aumenta notevolmente la durata dei pozzi.

Inoltre l’Italia, e più in generale l’Europa, estrae una percentuale degli idrocarburi estratti sul pianeta superiore alla percentuale di riserve (giacimenti) che detiene. Analoga situazione è quella degli Stati Uniti, che con il 5% circa delle risorse di gas mondiali sono responsabili di circa il 19% della produzione (estrazione) mondiale. Questa situazione, diretta conseguenze degli elevati consumi a fronte dell’abbondanza di risorse, implica che in un periodo quantificabile in 15-25 anni Europa e Stati Uniti dovranno importare la totalità del proprio fabbisogno di gas naturale. In Italia l’importazione copre oggi poco più del 70% del totale.

Le riserve mondiali provate di gas naturale sono quantificate in 202.758 miliardi di Smc al 31 dicembre del 2013, abbastanza per soddisfare i consumi del pianeta per 59 anni, che aumentano se si conteggiano le riserve probabili, stimate e i nuovi giacimenti che verranno scoperti in futuro.

Per informazioni più approfondite potete consultare la World Oil and Gas Review 2015 scaricabile dal sito dell’ENI www.eni.com o, per i dati relativi ai settori energetici italiani, il sito del Ministero dello Sviluppo Economico www.sviluppoeconomico.gov.it.

 

MARE NOSTRUM (MA NON SOLO)

Il Mediterraneo è un bacino di grandi dimensioni con due soli sbocchi verso il resto delle acque del pianeta: questa situazione lo rende un mare dotato di una propria particolare bio-dinamica, con peculiari condizioni climatiche e idrologiche. Dato l’alto livello di traffico marittimo e la presenza in numero rilevante di impianti estrattivi offshore uniti alla difficoltà di avere un ricambio di acque che non sia interno al mare stesso, eventuali sostanze rilasciate nel Mediterraneo vi stazionano per lunghissimo tempo: si parla di circa 80 anni per un ricambio completo di acqua.

Un recente rapporto dell’ISPRA ha evidenziato una concentrazione in aumento delle sostanze inquinanti presenti negli strati più superficiali delle acque marittime. Ciò ha ovviamente impatto su quelle attività, pesca in primis, che legano uomo e mare, con risultati potenzialmente dannosi per la salute e l’economia.

Non siamo però l’unico paese ad avere piattaforme offshore nel mare Mediterraneo, e la chiusura dei 21 impianti interessati dal referendum potrebbe giovare in parte alle nostre acque costiere, ma non avrebbe effetti su tutte le attività di trivellazione degli altri paesi dell’area, tra i quali nessuno sembra andare nella direzione proposta dal referendum. La recente scoperta da parte dell’ENI di un maxi-giacimento al largo delle coste egiziane potrebbe portare all’apertura di una dozzina di nuovi pozzi nell’area. Più vicino a noi, nel mare Adriatico, dove si concentra la maggior parte degli impianti interessati dal referendum, la Croazia ha recentemente concesso permessi di esplorazione e ricerca per idrocarburi in mare. È poi opportuno ricordare che le piattaforme in acque Italiane, e in generale quelle operate da società italiane nel mondo, sono soggette a vincoli di sicurezza per lavoratori e ambiente più rigidi di quelli imposti negli altri paesi.

Le normative che regolano prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi sono reperibili sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico www.sviluppoeconomico.gov.it sottosezione direzione generale per la sicurezza anche ambientale delle attività minerarie ed energetiche

Piattaforma produttiva Barbara (ENI), mare Adriatico.
Piattaforma produttiva Barbara (ENI), mare Adriatico.

TENETE I BIMBI LONTANO DALLA NIMBY

Per ragioni tecnologiche ed economiche, non possiamo affrancarci in tempi brevi dalla dipendenza dalle fonti fossili. Ciò rende necessario procedere – pur con un certo grado di urgenza – per passi successivi. A questo proposito molte nazioni sviluppate hanno individuato nel gas naturale il principale vettore per traghettarci verso l’obiettivo prefissato. Il gas naturale consente infatti di limitare l’impatto ambientale ed è presente sul pianeta in riserve relativamente abbondanti, il cui sfruttamento mantiene attivo un importante settore dell’economia che va dall’attività di ricerca, a quella di estrazione, trasporto, stoccaggio e distribuzione, oltre ai numerosi retailer del settore del gas.

La scelta dell’incremento nell’utilizzo di gas naturale ben si concilia con la strategia energetica italiana per il breve e lungo periodo, che vede nei suoi obiettivi primari rendere l’Italia l’hub (lo snodo) meridionale del gas per l’intera Europa grazie ai collegamenti diretti (gasdotti) con i pozzi del nord Africa e del Caucaso, oltre a quelli indiretti (via nave) con i paesi del medio oriente. Al contempo, la strategia energetica italiana per il lungo (2030) e lunghissimo periodo (2050) prevede la riduzione della dipendenza energetica tramite l’incremento della produzione nazionale di idrocarburi.

Tale obiettivo risulta difficilmente coniugabile, almeno a rigore di logica, con l’abbandono dell’estrazione del gas in circa un terzo degli impianti che operano nei nostri mari, seppure con le tempistiche sopra citate. La situazione prende i contorni della cosiddetta sindrome NIMBY (non mortale ma contagiosa), acronimo di Not In My BackYard, traducibile con “non nel mio cortile”, qui declinabile come “va bene estrarre il gas naturale (o il petrolio), ma fatelo lontano da me”. Il rischio è di azzoppare una strategia condivisa a livello europeo che ha impatto su quasi tutti i settori dell’economia.

Il documento completo che descrive la strategia energetica italiana per il futuro, e i dati sulla situazione attuale sono disponibili sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico, www.sviluppoeconomico.gov.it.

 


Per le prime sezioni l’articolo di riferimento è consultabile all’indirizzo http://www.ilpost.it/2016/03/08/guida-referendum-trivellazioni-petrolio/.

  1. Il limite delle 12 miglia è stato introdotto dal Governo a seguito dell’incidente petrolifero avvenuto nel Golfo del Messico nel 2010, in precedenza era inferiore. Alcune piattaforme petrolifere già in funzione nel 2010 si sono quindi trovate all’interno della nuova fascia delle 12 miglia.
  2. Percentuali calcolate da Legambiente sulla base dei dati del Ministero dello Sviluppo Economico.
  3. Dati disponibili nel rapporto annuale 2014 della Direzione Generale per le Risorse Minerarie ed Energetiche disponibile al sito www.sviluppoeconomico.gov.it. Valori citati ottenuti sommando il 100% delle risorse accertate, il 50% delle risorse probabili e il 20% delle risorse possibili.
  4.  Da intendersi come il 100% del fabbisogno dell’Italia del 2015.