Chi è Alfred Hitchcock?

gennaio 27, 2017

by — Posted in Cinema, Scienze

Spoiler: è quello a sinistra, di spalle.

Nel senso, di che cosa ci parla nei suoi film? Quali sono le costanti che emergono da ogni suo lavoro e che ci permettono di riconoscerlo come ‘un film alla Hitchcock’?

La prima cosa che di solito si dice su Hitchcock è che è il maestro della suspense (tra l’altro: suspense, se dite suspance potreste beccarvi delle occhiate storte da qualcuno). E’ un titolo che gli è stato riconosciuto abbastanza presto, già negli anni di massima intensità della sua carriera, ma che si è rivelata espressione a doppio taglio.
Infatti, in un periodo in cui era forte il sospetto verso l’intrattenimento, verso qualsiasi cosa che fosse divertente (parliamo degli anni ’40 e ’50) – che veniva vista come oggetto di consumo in antitesi alle vere e proprie opere d’arte, destinate a rimanere nella posterità – un nome del genere equivaleva al riconoscimento di essere sì un eccellente artigiano, ma non un artista: ‘il miglior regista di serie B’.
In realtà, la suspense non è altro che uno strumento.
In generale, la suspense è quel fenomeno che si verifica quando, all’interno di una storia, un certo evento può risolversi in due (o più) modi diversi, ma dopo che allo spettatore sono state presentate (o lasciate immaginare) le alternative possibili, esiste un ritardo nel raccontare quale possibilità in effetti accadrà davvero.
Nel caso specifico, Hitchcock crea una situazione di pericolo per un certo personaggio, cioè un nodo narrativo con due esiti possibili: danno ricevuto dal personaggio (es. caduta dalle scale con conseguente morte, aggressione da parte di uno stormo di uccelli inferociti) oppure danno evitato dal personaggio (fuga dall’appartamento di un pericoloso assassino mentre costui sta entrando in casa, tentativo di omicidio di un ambasciatore straniero sventato all’ultimo secondo). A quel punto, inserisce una sequenza più o meno lunga in cui noi spettatori siamo perfettamente consapevoli del pericolo che il personaggio corre, ma l*i no.
Il risultato è che rimaniamo con gli occhi incollati allo schermo e il cuore in gola.
La suspense serve semplicemente per trascinarci dentro alla storia ma, a quel punto, di cosa parlano le storie di Alfred Hitchcock?

Che cosa stiamo guardando?

La scusa per deprezzare Hitchcock era che i suoi film avessero una trama pretestuosa, che fossero delle specie di ‘montagne russe’ emotive: paghi il biglietto per provare emozioni forti, e fine.
I giovani critici (e poi autori) dei Cahiers du Cinéma furono tra i primi a notare la continuità di certi temi in diversi film del regista inglese, in modo particolare misero l’accento sulla figura della persona ‘innocente ma ingiustamente accusata’ che salta fuori più volte come protagonista (Io confesso, L’altro uomo, Il ladro, su su fino a The Lodger) e argomentarono che personaggi di questo tipo erano allegorie cristologiche (considerando le esperienze biografiche di Hitchcock: il fatto che era inglese ma cattolico e l’aneddoto della cella1 ): i ‘film di tensione’ erano in realtà meditazioni sui concetti di peccato e di colpa.
Invitarono a prendere sul serio Hitchcock e finirono per non esser presi molto sul serio loro stessi.
In realtà, un equivoco di questa portata si può spiegare tenendo conto che le storie di Hitchcock sono raccontate in massima parte per immagini. Anzi, sono raccontate attraverso il meccanismo stesso del guardare.
Siccome l’unico modo di conoscere una storia raccontata al cinema è quello di guardare, noi stessi veniamo coinvolti in prima persona, come spettatori, da uno strategia di questo tipo. Questi film parlano di noi.
Che cosa dicono?

Che diavolo sigifica?!!! Coincidenze? Io non credo.

Beh, innanzitutto che non siamo messi molto bene.
Quasi tutti i personaggi hitchcockiani hanno alle spalle qualche tipo di problema, o dei veri e propri traumi (come Jeff de La finestra sul cortile, che ha la gamba ingessata, Scottie de La donna che visse due volte, che vede un collega precipitare dal tetto, Alicia di Notorious che scopre che suo padre era una spia nazista o, esplicitamente, Marnie -dal film omonimo- che ha subito un imprecisato trauma da bambina) o un rapporto molto forte con la madre, che ne influenza la vita anche da adulti (Alexander Sebastian in Notorious, Mitch Brenner ne Gli uccelli e, ovviamente, Norman Bates in Psyco: in tutti questi tre casi la madre agisce e traumatizza la protagonista femminile del film per allontanarla dal figlio – tenendo presente che ‘traumatizzare’ può voler dire spaventare, ma anche uccidere) oppure sono compromessi da un’accusa (ingiusta) ricevuta.
Quest’ultima cosa aveva portato i critici dei Cahier a parlare di senso di colpa e di peccato originale, le altre due ovviamente fanno riferimento alla psicanalisi freudiana.
Questi personaggi, investiti subito ad inizio film da una grave crisi, si vedono costretti a cercare delle soluzioni.
A volte, le loro soluzioni funzionano.
Ma le cose si fanno interessanti quando le loro soluzioni falliscono clamorosamente.
Perchè una delle soluzioni più complicate – e spesso inefficaci, in fin dei conti – che i personaggi hitchcockiani adottano, è quella di mettersi a creare qualcosa. A loro modo, e a vario titolo, cercano di essere artisti.
Se già erano in storie che parlavano di noi, ora quelle storie parlano anche di lui.

Ed è una persona piuttosto interessante.

In Nodo alla gola, i due protagonisti cercano di tessere una finzione che inganni i loro conoscenti più stretti (danno un party e al centro della stanza piazzano una cassapanca con dentro il cadavere di un loro amico, da loro assassinato, per poi far finta di niente): stanno a tutti gli effetti raccontando una storia.
Il paragone sembra stiracchiato? Pronti.
In La finestra sul cortile, Jeff, paralizzato nel suo appartamento per via della gamba ingessata, dirige i movimenti di Lisa e osserva il risultato, in maniera non diversa da come farebbe un regista. Ancora no?
Passiamo a Psyco allora. Dove il giovane Norman, che non può accettare la morte della madre, assembla un fantoccio con le fattezze di Mamma per sottrarla alla morte. Certo, Norman è psicopatico e arriva ad animare il fantoccio e a sentirne la voce nella testa, ma il suo feticismo ha vicinanza con quello che potrebbe fare uno scultore, o con la pratica delle maschere funebri adottata da diverse culture.
Tutto questo culmina nel film più sincero, appassionato ed intimo di Hitchcock.
Se il fallimento nel risolvere i propri problemi o viene risolto in corso d’opera (Nodo alla gola) oppure segna una situazione che era già patologica in partenza tanto che il personaggio in questione è un assassino (Nodo alla gola, Psyco), cosa succede quando non c’è via d’uscita?
Quando una persona ‘normale’ non riesce a risolvere le proprie ossessioni?
Quando un tipo sornione come Hitchcock arriva a far capolino da oltre la rete di specchi ironici che altrimenti non lo abbandona mai?

Succede che le donne vivono due volte

Scottie cerca di creare una persona.
Prende una ragazza in carne ed ossa ed esige di controllare assolutamente ogni cosa di lei, trasformandola in una donna, defunta, la cui morte Scottie non può ammettere.
Problema: Madeleine, la donna caduta dal campanile della Missione San Juan, è anche lei una creazione della fantasia di Scottie.
L’ossessione del nostro protagonista lo consuma, ma nel farlo consumerà anche – letteralmente- la ragazza che fa da supporto alle fantasie di lui.
A questo punto il parallelo con Hitchcock stesso prosegue.
Madeleine è la tipica ‘bionda hitchcockiana’, una figura femminile ricorrente in tutti -o quasi- i suoi film: elegante, altera, bionda. Judy, la ragazza ‘trasformata’ da Scottie è ben diversa: rossa di capelli, e di aspetto un po’ volgare.
Fuori dalla storia Kim Novak, appena scritturata per la parte, dopo aver letto il copione manda il proprio agente a parlare con Hitchcock: lei ama vestire sui toni del marrone e del rosso, e ha già dei vestiti perfetti per la parte. Il regista, indicando l’abito grigio che indosserà nel film, replica: ‘Certo che ha già un vestito perfetto per la parte: è questo’.
Scottie, nel negozio d’abbigliamento, non avrebbe potuto essere più irremovibile.

 

Per approfondire:
Francois Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock, Milano, Il Saggiatore, 1997: caso più unico che raro in cui uno dei più grandi registi del’900 intervista uno dei più grandi registi del ‘900, e il risultato è una conversazione arguta tra due persone che ne sanno a pacchi.
Sophie Fiennes, The pervert’s guide to cinema, UK 2006: documentario scritto e interpretato dal critico Slavoj Zizek, che parla di vari autori, tra i quali Hitchcock, che ha un bel po’ di spazio. ATTENZIONE: CONTIENE PSICANALISI.

  1. Da piccolo, Hitchcock che, a suo dire, era un bambino pacifico ed obbedientissimo, fu spedito dal padre in una stazione di polizia con un biglietto in mano e l’ordine di non leggerlo, ma consegnarlo subito al commissario. Letto il bigliettino, costui portò Hitchcock in una cella dicendogli ‘Adesso ti faccio vedere cosa si fa ai bimbi cattivi’, e lo chiuse lì dentro per un po’. Hitchcock non seppe mai quale colpa avesse commesso. Ad essere sinceri, l’aneddoto va preso con un po’ di sano scetticismo, perché a) Hitchcock adorava abbellire o inventare aneddoti e b) sono abbastanza sicuro che una cosa del genere si chiami sequestro di persona.