Lusso a Roma

Roma e il lusso: un rapporto travagliato

dicembre 3, 2015

by — Posted in Diritto

E’ giusto regolare il lusso per legge?

Per noi, persone del XXI secolo, risulta difficile concepire una regolamentazione giuridica per qualcosa che riguarda il gusto personale di un individuo o di un gruppo di individui. L’unica limitazione accettabile per alcuni potrebbe essere di natura fiscale. Ma nessuno seriamente, oggi, pretenderebbe di costringere con atti legislativi a determinate mode o determinati costumi.
Così non è sempre stato. Il controllo del diritto positivo sui costumi, e in particolare, nel caso di specie, sul lusso, è un carattere innegabile in diverse civiltà e istituzioni di epoca antica (come la Grecia o Roma), medievale e, in modo più dimesso, moderne. A partire dalla Rivoluzione francese, infatti, gli Stati (con poche eccezioni) hanno sistematicamente dismesso la propria legislazione in tema di moda, e più nello specifico di lusso. Per questo, per noi contemporanei è difficile comprendere la percezione, da parte delle persone ad esse sottoposte, delle leggi sulla regolamentazione del lusso. La si può immaginare solo pensando al “controllo sociale” che la moda (dal latino modus, che significa appunto norma, regola) comporta, vago in certi casi, estremamente stringente in altri.

Nel seguente testo si analizzerà, per quanto sinteticamente, il modo con cui a Roma, il populus romanus utilizzava la legge per modificare, contrastare, suggerire un aspetto della vita nella società quale è il lusso. In particolare, si elencheranno alcune delle principali “leggi suntuarie” adottate durante oltre 5 secoli di storia di Roma.

La percezione di ciò che è sumptus, del lusso, varia di epoca in epoca, così come le motivazioni che portano una determinata società a vietarlo, in tutto o in parte. Non è sufficiente pensare a ragioni di stampo moralistico, come si sarebbe portati, in prima battuta, a fare. Possono infatti sussistere differenti motivi storici, economici e politici (con ciò intendendo motivi riguardanti lo scontro tra fazioni), come spiega Anna Bottiglieri nel suo “La legislazione sul lusso nella Roma repubblicana”.
Norme di stampo suntuario si ritrovano fin dalle XII Tavole (le prime norme scritte della civiltà romana, datate a metà del V secolo a.C), in tema di funerali. Come racconta Cicerone nel “De legibus”, i decemviri avevano voluto eliminare la troppa sontuosità e l’eccessivo utilizzo di lamenti (le prefiche erano donne pagate per accompagnare il corteo funebre con manifestazioni di dolore più o meno vistose) nei funerali (“Le donne non si graffino le guance e durante la sepoltura non intonino lamentazioni”). I frammenti della X Tavola impongono tutta una serie di restrizioni alle celebrazioni funebri, che possono andare dal costo di queste (“Dopo aver ridotto la spesa [per il funerale] e cioè a tre teli per il capo, una piccola tunica di porpora e 10 suonatori di flauto, [la legge] eliminò anche le lamentazioni [delle prefiche]”), alle modalità in cui si sarebbero dovute svolgere (“vengono eliminate le unzioni [del cadavere] da parte degli schiavi e ogni giro di bevute [al banchetto funerario]”, “nessuna costosa aspersione, né lunghe corone né incensieri”) che avrebbero potuto tracciare un solco tra patrizi e plebei. Lo stesso Cicerone sospetta una trasposizione del testo direttamente da Solone.
La motivazione in questo caso andrebbe ricercata nella crisi economica che attanagliava Roma nel V secolo: non quindi una ragione di tipo prettamente egualitario, ma piuttosto un intervento pubblicistico di tutela dei patrimoni dei privati.
A ciò si devono aggiungere differenti valutazioni rispetto al valore dell’opulenza nella società romana. Una visione più tradizionalista e connotata moralmente, che vede nella sobrietà e nella austerità il tipico valore del cittadino romano (che subirà importanti apporti e legittimazione da parte della corrente filosofica dello stoicismo – per la quale la ricchezza e il lusso devono essere beni indifferenti all’uomo, se non addirittura da disprezzare) e una visione più storicistica, nella quale la ricchezza, se onestamente accresciuta, è un valore positivo: una giustificazione ex post del miglioramento delle condizioni socio-economiche, con l’afflusso di denari e beni, che si verificò a Roma dopo le maggiori vittorie belliche (da Pirro a Cartagine) del III secolo. Di questi cambiamenti si trova un chiaro riferimento in Plauto, che ne traccia i caratteri in commedie come l’ “Aulularia” o il “Trinummus”: in esse, i personaggi si fanno portavoce di differenti visioni della ricchezza, sia che provenga dal commercio (un nuovo tipo di ricchezza, auspicabile in particolare per le classi meno abbienti) sia che derivi da antiche eredità.

Al netto delle considerazioni di tipo filosofico, è in questo periodo (e come si è detto, non è un caso) che si assiste al nascere e al fiorire di una legislazione suntuaria vera e propria. Coeve alla seconda guerra punica, quella annibalica (che aveva costituito un vero disastro per le casse di Roma e un’ecatombe per i cittadini – si ricorderà lo stupore del comandante cartaginese di fronte agli eserciti che Roma riusciva a riformare dopo ogni sconfitta), sorgono diverse normative di regolamentazione dei costumi, a cominciare dalla lex Metilia de fullonibus (intorno al 220 a.C.), di cui ci parla Plinio, riguardante la smacchiatura dei panni, per la quale si utilizzavano crete di differente valore: a questo riguardo la legge vietava tecniche troppo costose. Anche in questo caso, il motore del divieto sembra essere di stampo economico. Va detto che differenti interpretazioni insistono piuttosto su motivi di opportunità di un vestiario troppo vistoso in tempo di guerra, riportando dunque alla moralità la ragione di fondo. E’ probabile che ambedue i motivi siano egualmente validi.

In piena seconda guerra punica, venne emanata la lex Oppia (215 a.C), dall’omonimo tribuno della plebe, che andava a colpire direttamente il genere femminile. Si tratta di un provvedimento fondamentale per le ripercussioni che ebbe nella società romana dell’epoca. La legge poneva alle donne diversi divieti: sulla quantità di ornamenti d’oro che potevano indossare (non più di un’oncia), sui colori dei vestiti indossati (non erano permessi vestiti con più di un colore), sul trasporto. Riguardo a quest’ultimo si prevedeva il divieto di utilizzare cocchi a due cavalli per gli spostamenti entro e fuori Roma, se non per funzioni religiose. E’ costante il binomio economico-moralistico delle ragioni di questi divieti. La guerra imponeva ristrettezze e la conservazione dei patrimoni. Il passaggio dalla conservazione dei patrimoni alla conservazione dei costumi e delle tradizioni è veloce. E non stupisce che sia la donna la destinataria della legge: un soggetto debole (imbecillis) e incapace perchè infirma, cioè instabile. La donna non può dedicarsi a questioni dotate di gravitas, perchè naturalmente di animo leggero. E’ un soggetto giuridicamente e politicamente debole. Che però riserva sorprese.
E’ la sollevazione delle donne a provocare la definitiva abrogazione della legge. Terminata la guerra e incamerati i bottini ad essa conseguenti, le ragioni economiche dei divieti erano venuti meno. L’allargamento del territorio romano metteva in comunicazione culture diverse e in particolare permetteva la “contaminazione” delle tradizioni romane con quelle orientali. Ciò portò i tribuni Marco Fundanio e Lucio Valerio a promuoverne l’eliminazione. Nel 195 a.C., il risultato arrivò, ma non senza aspre polemiche in particolare con Marco Porcio Catone.
Proprio su questo confronto, come specifica Bottiglieri, occorre soffermarsi per inquadrare le diverse mentalità.
Per Catone, non si può dubitare della giustezza della legge. Non solo è importante che l’interesse generale prevalga su quello di una minoranza ma, nel caso specifico, le donne hanno un evidente vantaggio dal fatto di essere tutelate nel loro incontrollabile desiderio di dissipare i patrimoni.
Diversa è l’opinione del suo oppositore, Lucio Valerio, il quale ricorda l’apporto alla vita pubblica delle donne, quindi all’interesse generale. Tale é questo interessamento che altrettanto deve esser loro riconosciuto per ciò che le riguarda specificamente.
A fronte della discussione della legge, le donne scesero in strada, rivendicando il diritto di assistere ad essa e di poter fare pressione direttamente sui politici coinvolti. Questo coinvolgimento portò infine all’abrogazione di una legge ormai superata dai tempi.
Ancora in Plauto riecheggiano le problematiche sollevate dalla lex Oppia, sia rispetto al vestiario delle matrone (“Epidicus”),  sia rispetto alla frivolezza e allo sperpero di cui esse si sarebbero rese responsabili (“Aulularia”).

Per quanto riguarda l’ambito delle leggi suntuarie, Catone fu di certo il protagonista della prima metà del II secolo a.C., come ci narra diffusamento Aulo Gellio nelle sue “Notti Attiche”, concentrandosi sulla parsimonia come valore romano fondamentale.
Catone credeva con forza nella preservazione dei mores maiorum e in un loro rafforzamento, in contrasto con l’ellenicizzazione della società romana, che avrebbe così perso la propria moralità. Da censore propose innumerevoli misure per la tassazione dei beni di lusso, dai gioielli e vestiari femminili agli schiavi, e per la moralizzazione delle cariche pubbliche.
E’ dunque la vita privata a dover essere morigerata, o è la vita pubblica? La vicenda di Catone è esemplare per rispondere alla domanda e spiegare questo aspetto della mentalità romana, riportato anche da Zecchi nel suo “Il lusso”: “Indipendentemente dal giudizio morale, […] il lusso veniva inteso come un problema politico. Le leggi suntuarie […] avevano come loro essenziale finalità il controllo della vita politica e delle carriere militari”.
Ad una normativa riguardante i banchetti, quella della lex Fannia (161 a.C.), che imponeva un limite di 100 assi per la spesa in ogni giorno di festa – in particolare in occasione dei diversi Ludii, in combinato disposto con la precedente lex Orchia (182 a.C.), che imponeva un limite al numero di convitati, non superiori a tre – contro la quale si schierò con forza persino Catone (ce lo riferisce Macrobio nei “Saturnalia”) -, Zecchi attribuisce una motivazione di fondo molto prosaica: limitare le spese di chi voleva concorrere ad una carica pubblica. Addirittura Bottiglieri fa risalire questa volontà alla lex Metilia.
A supporto della tesi di Zecchi è sufficiente riportare il contenuto della lex Antia, di data incerta, ma successiva: proposta da Anzio Restione, vietava ai magistrati di partecipare ai banchetti privati, per evitare di essere corrotti. Previsione talmente disattesa che, narra ancora Macrobio, egli stesso si rinchiuse in casa pur di non assistere alle violazioni.

La limitazione del lusso nei banchetti si ritrova con costanza nella legislazione successiva, mantenendo il nucleo creato dalle due leges suddette e interessando di conseguenza non solo il quantitativo di spesa accettabile, ma anche il numero di invitati, la qualità e la tipologia degli alimenti serviti.
Si ricordino in merito la lex Didia (del 143 a.C., che estese a tutto il territorio d’Italia i dettami della lex Fannia), la lex Licinia (che aggiornò la precedente legge del 161, aumentando gli assi spendibili e diminuendo la carne consumabile) e la lex Aemilia (del 78 a.C., sulle tipologie di cibo da servire ai convitati). La lex Fannia derivava da un senatoconsulto, cioè una deliberazione del Senato repubblicano, il cui contenuto venne reiterato con costanza, con diverse leggi, tra cui appunto la Licinia, fino addirittura al principato.
Particolare è infine la lex Cornelia, dell’81a.C., emanata dal dittatore Silla, che reiterò la legislazione introdotta dalle leges Fannia e Licinia. La particolarità non sta tanto nel medesimo contenuto delle precedenti leggi, quanto nella necessità di riproporlo. Ciò permette di evidenziare l’inefficacia di queste normative, violate e disattese costantemente, come comprovato da autori come Tacito negli “Annales” o Tertulliano nell’“Apologeticum”.

Nel I secolo a.C., maestro del foro e di filosofia fu Marco Tullio Cicerone a cui si è già accennato e che merita un approfondimento. Dalle sue posizioni stoiche, affermava lo stretto legame tra ricchezza e collettività. Un patrimonio è un bene nel momento in cui è accresciuto con criterio e moderazione, ma soprattutto nel momento in cui più persone possibili possono trarne un’utilità. Rifacendosi direttamente ad Aristotele, Cicerone distingue la liberalità (l’utilizzo delle proprie facoltà per sostenere, supportare gli altri in modo produttivo, in ultima analisi) dalla prodigalità (lo sperpero di risorse in elargizioni o giochi, che nulla di costruttivo apportano agli altri). Nella prima, egli ritrova un modello da seguire, secondo il principio per cui le sostanze del singolo devono essere in funzione della civitas.
Una concezione, questa, da sempre presente nella romanità, che non concepisce l’individuo alla maniera dell’uomo contemporaneo, nel suo valore intrinseco, ma lo vede sempre collocato nel populus romanus, all’interno del quale egli aumenta e completa la propria singolarità e da cui non è divisibile.

Le successive leges sumptuariae si collocano nell’epoca tardo-repubblicana e imperiale, a cominciare dalla lex Julia, proposta dal dittatore Giulio Cesare. L’obiettivo della legge era rafforzare le preesistenti regolamentazioni sulle celebrazioni, cadute ormai in disuso. L’esecuzione di questa legge fu tanto lasciva in mancanza di Cesare a Roma, quanto ferrea in sua presenza: Svetonio, in “Vite dei Cesari”, racconta addirittura di soldati inviati ai banchetti per requisire quanto non fosse previsto dalle normative.
Un’altra lex Julia, questa volta dell’Imperatore Augusto, aumentò di molto le disponibilità di spesa in caso di feste e banchetti (dai 200 ai 1000 sesterzi a seconda della festività, con picchi di 2000 sesterzi investibili), con la speranza di assicurare in questo modo l’osservanza della legge.

Tiberio tentò, successivamente, ed è sempre Svetonio nella suddetta opera a riferirlo, di limitare le stranezze a tavola; mediante l’utilizzo di un senatoconsulto (in epoca repubblicana – come si è detto – una deliberazione del Senato, in epoca imperiale fonte del diritto derivante direttamente dall’Imperatore su questioni determinate), il suo proposito di frenare il lusso coinvolse ad esempio sia l’utilizzo di vasi dorati (salvo che per riti religiosi) sia l’adoperare la seta nell’abbigliamento maschile, esprimendo una preferenza per la lana, giudicata più virile.
Come è lecito attendersi, anche questa normativa suntuaria, emanata nella forma di un senatoconsulto, non fu rispettata.

Anche nel fiorire dell’Impero non mancarono Principi desiderosi di limitare il lusso e lo spreco di risorse. La loro azione, come i loro predecessori (repubblicani e non), non ebbe grande rilevanza. Si ricordano azioni intraprese da Nerone, ma anche Antonino Pio e Marco Aurelio. Si distinse invece Vespasiano per un approccio differente, ripreso successivamente anche da Alessandro Severo e Aureliano. L’Imperatore si pone egli stesso come esempio di morigeratezza, senza l’implementazione di leggi limitative dei costumi.
Le leggi suntuarie divennero infine una categoria ampiamente residuale di leggi, con pochissime novità introdotte dai Principi del IV secolo, in un Imperium ormai piegato dalle problematiche belliche ed economiche che lo porteranno al collasso nel giro di un secolo.

A questo punto si può rispondere alla domanda iniziale? Non esiste una risposta valida in assoluto. Gli esempi addotti dimostrano che molto spesso sono le condizioni storiche (e addirittura in certi casi, quelle economiche) a determinare le percezioni di ciò che è giusto o sbagliato, e che perciò a guidare la mano dei diversi legislatori che si susseguono nel corso del tempo.

Nota bibliografica

  • Anna Bottiglieri, La legislazione sul lusso nella Roma repubblicana, 2002
  • Stefano Zecchi, Il lusso, 2015
  • George Long, in William Smith, A Dictionary of Greek and Roman Antiquities, John Murray, London, 1875.
  • Harry Thurston Peck, Harpers Dictionary of Classical Antiquities. New York. Harper and Brothers, 1898.
  • Adam, Alexander, “Roman antiquities, or, An account of the manners and customs of the Romans designed chiefly to illustrate the Latin classics, by explaining words and phrases, from the rites and customs to which they refer”.
  • e la sua traduzione in italiano a opera di Gaetano Maria Monforte.
  • i testi latini addotti.
  • Riccardo Galli

    Ha senso dire che nella Roma antica il lusso aveva funzione di connotazione di un gruppo sociale rigido, e che gli eccessi percepiti esprimevano variazioni rispetto ad una tradizione piuttosto stabile (almeno nei tempi precedenti l’ellenizzazione della società romana)?
    In tal caso, con il decadere (nella contemporaneità) della rigidità dell’establishment e con l’aumentare esponenziale della velocità di ricambio delle mode (o del numero di mode simultanee) – e quindi con il rapidissimo variare della percezione di eccesso – ha senso chiedersi se sia anche solo possibile, ora, regolare il lusso in quanto tale (senza cioè passare attraverso leggi di tipo patrimoniale)?