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Elezioni in Catalogna: fatti e prospettive

settembre 28, 2015

by — Posted in Dintorni, Diritto

Domenica 27 settembre 2015, dopo una campagna lampo (appena due settimane), le urne elettorali della Catalogna si sono chiuse decretando la vittoria dell’area indipendentista.

Un risultato atteso, in realtà, stando agli ultimi sondaggi, e che non ha sconvolto più di tanto i mercati, se la mattina successiva la borsa di Madrid era in crescita 1 e lo spread tra bonos spagnoli e bund tedeschi era in calo 2.

Gli attori separatisti, a dirla tutta, avevano già cominciato con il martellamento mediatico da diversi mesi, con un culmine nella manifestazione dell’11 settembre, la Diada de Catalunya (la festa nazionale catalana), che ha raccolto oltre un milione di persone nella via Meridiana di Barcellona. Quest’ultima sembra essere stata un volano, almeno per i sondaggi, che prima dell’11 settembre davano un risultato inferiore di quasi dieci punti percentuali agli indipendentisti.

Analizziamo dunque i risultati e proviamo a comprendere quali conseguenze avrà questo voto.

Definiamo fin d’ora la Catalogna. Si tratta di una Comunità autonoma del Regno di Spagna, un ente simile alle nostre Regioni ordinarie, seppur con un grado di autonomia fiscale e legislativa maggiore.

Agli elettori si presentavano undici liste. Di queste solo sei sono riuscite ad ottenere seggi tra i 135 disponibili nel Parlamento catalano. Due liste, cioè Junts Pel Sì e CUP (Candidatura di Unità Popolare), si sono apertamente schierate per l’indipendenza della Comunità, seppur da posizioni politiche differenti e per certi versi contrastanti (la prima è una coalizione di centrosinistra, la seconda un movimento di sinistra anticapitalista). Le altre erano divise tra sostenitori del “dret a decidir”, il diritto di votare in un referendum per l’indipendenza, senza però essere a questa favorevoli, e contrari in toto sia al referendum che alla secessione (tra questi ultimi si annoverano Ciutadans, Partito Popolare e Partito dei Socialisti di Catalogna).

Composizione Parlament CAT
Immagine tratta da www.ara.cat

Come si evince dal grafico, al termine degli scrutinii, Junts Pel Sì aveva conquistato, con la formula elettorale catalana, 62 seggi, non sufficienti per ottenere la maggioranza assoluta (68 seggi) sperata. La sorpresa è venuta dalla CUP, che ha più che triplicato i seggi, portandosi a 10 eletti e permettendo così al fronte indipendentista di ottenere più della metà del Parlamento catalano (72 seggi su 135). A fronte di un evidente calo dei due maggiori partiti spagnoli, PP e PSC, si rileva il crollo della lista Catalunya Sì Que es Pot comprendente Podem(os) di Pablo Iglesias e la crescita verticale del movimento di centrodestra unionista Ciutadans, del giovane Albert Rivera.

Se il fronte dei seggi è chiaro, polemiche si sono levate rispetto ai voti, in particolare dai partiti unionisti. Le due liste indipendentiste infatti non sono riuscite a ottenere la maggioranza assoluta dei voti, fermandosi al 47,74%. Ciò, a detta dei loro avversari, minerebbe la legittimità del processo separatista. Non sembra questo un grave vulnus: per quanto connotato politicamente come un plebiscito sull’indipendenza, siamo sempre di fronte all’elezione di un Parlamento, per la quale vigono regole e procedure concordate, le cosiddette “regole del gioco”. L’acquisizione della maggioranza assoluta dei voti non è precondizione per l’attuazione del programma elettorale, per quanto “destabilizzante” questo possa essere.

Quali saranno gli scenari ora?

La prassi prevede l’elezione del Presidente della Generalitat de Catalunya (l’intero sistema politico-amministrativo governante la Comunità autonoma) da parte del Parlamento. Perchè questo avvenga è necessario il voto di una chiara maggioranza, che dovrebbe realizzarsi con l’accordo tra le due liste indipendentiste. In base a tale accordo, il prossimo Presidente della Catalogna potrebbe non essere l’uscente e dimissionario Artur Mas 3 (uomo di punta della lista Junts Pel Sì). Ragionevolmente, la CUP farà valere la sua forza nella trattativa, per la quale ha già inviato ai futuri alleati una serie di punti inderogabili (no a future privatizzazioni o liberalizzazioni, sì ad atti di aperta disobbedienza).

Certo è che non ci sarà una proclamazione di indipendenza nei prossimi mesi. Infatti, il programma separatista prevede un “full-de-ruta”, una roadmap, di almeno 18 mesi. Un tempo sufficiente per apprestare le strutture che uno Stato catalano richiederebbe, dalla giustizia al fisco alla sanità. E tutto questo senza mettere in conto le reazioni dello Stato spagnolo, che sicuramente difenderà le proprie attribuzioni. Mas ha già annunciato, comunque, di esser pronto a far valere il voto in una contrattazione con la Spagna, per ottenere almeno un referendum indipendentista legale (se ne era già svolto uno, dichiarato illegale da Madrid, il 9 novembre del 2014, e che ha comportato per lo stesso Mas la messa sotto accusa per abuso di potere).

Fin qui la situazione interna. Essendo, ad oggi, la Catalogna parte della Spagna, e quindi di uno Stato membro dell’Unione Europea, quest’ultima è un attore da considerare, nell’ipotesi di una secessione, più o meno morbida, di Barcellona da Madrid.

Non esistendo una procedura per il teorizzato “allargamento interno”, non è ancora chiaro quali saranno gli esiti. Le dichiarazioni provenienti da Bruxelles sembrerebbero schierarsi per un’uscita della Catalogna dall’Unione in caso di indipendenza (ed un suo rientro a rischio, visto il potere di veto della Spagna). Tutto lascia pensare che la Catalogna stessa potrebbe costituire il precedente. L’Unione Europea farebbe bene a dare il giusto peso a questa vicenda.