Topografia dell’Odio

aprile 18, 2017

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La Haine – L’Odio (1995) di Mathieu Kassovitz racconta la storia di tre giovani (uno nero, uno arabo e uno ebreo) in una banlieue parigina della metà degli anni novanta (prima degli scontri che infiammarono la presidenza Chirac, per intenderci). La vicenda di Vinz, Hubert e Saïd si inserisce in una folta schiera di film e romanzi che raccontano le contraddizioni e i contrasti delle banlieue. Ma non è di questo che voglio parlare. Invece, mi sembra più interessante analizzare brevemente lo spazio delle banlieue parigine, la loro struttura e composizione sociale e la relazione con la vicina capitale francese, così come rappresentati nel film.

Per incominciare, però: che cosa sono le banlieue? Sono le zone periferiche intorno alle grandi città francesi, ma intorno a Parigi in particolare. Benché i sobborghi di una grande città includano anche zone in cui vivono le classi agiate, quando si parla delle banlieue parigine si intendono soprattutto delle aree di profonda ghettizzazione, povertà ed esclusione sociale, dove vivono sia francesi sia immigrati. I migranti che vivono nelle banlieue non sono nuovi arrivati, molto spesso sono già alla seconda o terza generazione (lo si vede chiaramente nel film di Kassovitz), ma comunque non riescono ad uscire dalla condizione di esclusione sociale in cui sono relegati, per mancanza di opportunità e di una politica di integrazione efficace. Il “problema” sociale ed urbanistico delle banlieue è molto sentito nella politica francese, ma nessuno sembra aver trovato ancora una soluzione…

Veniamo al dunque. Come ci racconta Mathieu Kassovitz la banlieue parigina?

1 – Uno spazio brutto e grigio

Partiamo dalle cose più evidenti. L’utilizzo della fotografia in bianco e nero può essere interpretato in modi diversi. In ogni caso, non contribuisce a dipingere la banlieue come un luogo bello. Al contrario, enfatizza il cemento dei palazzi, la mancanza di verde, i rifiuti e la decadenza degli edifici. La fotografia in bianco e nero è usata anche per le parti ambientate a Parigi, in cui permane un’atmosfera di desolazione e di forte contrasto sociale tra lo squallore delle banlieue e la pulita efficienza della capitale, in cui i tre protagonisti sono dei pesci fuor d’acqua.

2 – Una prigione

Gli alti palazzi, da cui si osserva e si viene osservati ricordano una prigione. Anche la ferrea scansione del tempo rimanda ad una temporalità regolata ed imposta dall’esterno, come avviene, appunto, nelle carceri. Lo scorrere del tempo regolato dai tagli in cui l’ora viene segnata da un orologio digitale su sfondo nero, contribuisce anche ad accrescere un senso di angoscia e di fine ineluttabile, totalmente al di fuori del controllo dei personaggi.

Il film mette in scena come non sia possibile sfuggire alla banlieue, nonostante i tentativi dei protagonisti. Senza fare spoiler, è piuttosto evidente come ogni volta che uno dei tre personaggi tenti di migliorare la propria condizione, sia legalmente sia attraverso espedienti, qualcosa glielo impedisca. In questo contesto, anche le rivolte hanno un aspetto ambivalente, nel senso che non consentono ai protagonisti di progredire, pur essendo un tentativo di manifestare il proprio malessere sociale e successivamente migliorare la loro condizione. Allo stesso modo, la speranza di ottenere dei soldi dall’amico parigino naufraga malamente. I fattori che impediscono di trovare una via d’uscita non sono solamente esterni: la logica della banlieue è talmente radicata nella psicologia dei tre personaggi che molto spesso sono loro stessi ad essere incapaci di uscirne (questo è particolarmente evidente nel personaggio di Vinz).

3 – Segregazione e separazione

Ci sono due scuole di pensiero sull’etimologia della parola banlieue. La prima da ban = potere amministrativo e lieue = luogo, indicherebbe quella porzione di territorio che, pur essendo esterna alla città, è comunque sottoposta al suo potere amministrativo. La seconda da ban = bando e lieue = luogo, in riferimento alla messa al bando di persone indesiderate. Il secondo significato enfatizza quella dimensione di esclusione sociale che caratterizza la banlieue. La Haine mette in scena moltissime fratture sociali, ma allo stesso tempo racconta un’utopica amicizia tra un ebreo bianco, un nero musulmano e un arabo cristiano.

La prima frattura che vediamo è di tipo sociale: lo Stato francese è presente nelle banlieue solamente attraverso le forze di polizia, che sono incaricate di mantenere l’ordine e reprimere le rivolte. Gli scontri hanno inizio per l’uccisione di un ragazzo proprio da parte della polizia e da lì la violenza crescerà continuamente. Nel film, sono poche le figure che tentano di mediare tra le due parti, mentre è manifesto il pregiudizio della polizia nei confronti dei giovani della banlieue e viceversa.

Per il resto del paese gli scontri e la realtà delle banlieue è qualcosa di cui occuparsi solo all’ora del telegiornale. La violenza viene spettacolarizzata nei servizi televisivi e i giornalisti sono alla ricerca continua della notizia sensazionale. La scena in cui la troupe televisiva tenta di intervistare i tre protagonisti, ma standosene asserragliata nell’auto, ricorda un safari in Africa, dove si rimane nella propria jeep per proteggersi da eventuali attacchi da parte di animali feroci. Notate anche la cancellata, che ricorda quella di uno zoo.

Un altro grande contrasto – ne abbiamo già accennato – è quello tra la banlieue e Parigi. L’avventura dei tre ragazzi nella capitale non fa altro che rendere ancora più evidente come i tre vengano da un mondo totalmente separato dal resto della società francese. La Parigi che vediamo è ben lontana dalla “Ville Lumière”. È un ambiente ostile, in cui i tre ragazzi non si sanno muovere e in cui vengono subito additati come criminali, anche se non hanno fatto nulla. Lo spazio di Parigi è spesso sfuocato, irriconoscibile.

Particolarmente interessante è la scena in cui i tre amici sono riuniti dopo l’arresto di Saïd e Hubert. Alle 2:57 del mattino i tre sono seduti in un luogo indefinito, da cui si ha una vista su Parigi. Qui Hubert racconta a Vinz la storia che dell’uomo che cade, che noi sentiamo già all’inizio del film. I due concordano che quell’uomo è esattamente come loro, e Vinz commenta “Mi sento come una formica perduta nell’universo”. Il senso di disorientamento ed impossibilità è ancora una volta messo in risalto. Poi c’è uno stacco e la cinepresa inquadra la tour Eiffel: è la prima volta che vediamo un edificio famoso, riconoscibile. Ma la Parigi del turismo e della borghesia benestante è quanto di più distante ci sia dai tre protagonisti. La battuta di Saïd sullo spegnere la tour Eiffel è seguita da un momento in cui la torre si spegne davvero. Un altro stacco. La cinepresa inquadra un cartellone pubblicitario con lo slogan “Le monde est à vous”, Saïd modifica la scritta “Le monde est à nous”.

Qui veniamo ad uno dei messaggi cruciali del film: quello che il filosofo Henri Lefebvre chiamerebbe “il diritto alla città”, cioè il diritto di agire e fruire liberamente dello spazio urbano, sia accedendo alle risorse della città, sia sperimentando una vita urbana alternativa. Ogni tentativo dei tre amici di reinventarsi o di migliorarsi è bloccato da un ambiente e da una società ostile. Il diritto alla città è dunque negato o comunque reso impossibile nella sua realizzazione pratica. Il messaggio pubblicitario è quasi una presa in giro, perché certo non riguarda persone come Vinz, Hubert o Saïd. La scritta modificata riflette le speranze dei tre giovani, che però si scontrano con le dinamiche discriminatorie e segregazioniste della società francese contemporanea.