Quanti mondi finiscono ne La fine del mondo?

marzo 22, 2017

by — Posted in Cinema

La fine del mondo è un film per cui ho un affetto particolare. E’ una storia meravigliosamente intricata, una brillante commedia dell’assurdo, una lucida allegoria politica ed una fluida storia di fantascienza con scene d’azione girate come si deve.
E’un film complicato. E’ un film divertente.
E per qualche motivo noi siamo abituati a pensare che le due cose siano incompatibili.
Spero vivamente di riuscire a convincervi del contrario.

Parte 1. Una lunga premessa un po’ troppo astratta e che si può anche saltare.

Salta a 1. La trama alcolica
Salta a 2. La trama politica
Salta a 3. La trama di formazione

 

 

 

 

 

 

Ci sono dei momenti bizzarri, in un film, che immediatamente saltano all’occhio rispetto al resto.
Voglio dire, ci sono alcune scelte così deliberate, così evidentemente volute da chiunque abbia fatto il film, che non possono esser lì a caso. Eppure balzano all’occhio.
Un’inquadratura insolita. Un gesto inaspettato. Una battuta di dialogo pronunciata con fare allusivo. La macchina da presa che indugia troppo a lungo su un oggetto troppo piccolo.
Di solito, se non riusciamo a farci nulla di un certo dettaglio, finiamo per ignorarlo.
Non abbiamo uno schema che ci permetta di decodificarlo correttamente, e per noi quella roba è semplicemente rumore di fondo (o l’equivalente visivo del rumore di fondo). Prendiamo un piccolo pezzettino della storia a cui stiamo assistendo e a tutti gli effetti lo buttiamo via.
E sapete che c’è? C’è che questa è una scelta saggia, in realtà.
Da qualche parte qui in giro, s’è già parlato del principio di economia: quando si racconta una storia, tutto (o il più possibile tutto) di ciò che raccontiamo deve servire a qualcosa.
La cosa bella di questo principio è che non è solo una buona regola per chi la storia la racconta, ma è anche un meccanismo di chi la storia la ascolta. E non solo: noi tendiamo ad applicarlo spontaneamente (se non altro perché siamo esposti fin da bambini a storie raccontate così, e ci aspettiamo che questo principio valga per tutte le nuove storie che incontriamo).
Per dirla in un altro modo, quando qualcuno (o qualcosa) ci racconta una serie di eventi messi in fila, noi cerchiamo di costruire una cornice che dia senso al tutto.
Ad esempio: se qualcuno ci dicesse: “sono salito sul treno” “mi sono seduto” “ho atteso la mia fermata”, noi riusciremmo a dare un nome a ciò che lega queste affermazioni (chessò: ‘tu che parli hai viaggiato in treno’), riusciremmo ad averne una rappresentazione mentale, perché fanno riferimento ad uno schema familiare. Ma se qualcuno ci dicesse: “sono salito sul treno” “ho acceso il frullatore” “ho aspettato la mia fermata”, ci troveremmo in grossa difficoltà ad inquadrare la situazione.
Ora, il fatto è che i nostri schemata 1 sono plastici. Li possiamo modificare.
Quando qualcosa di nuovo, di ‘privo di senso’ si infiltra in una catena di eventi nota, possiamo riformulare lo schema che descrive quella catena di eventi, in modo che il nostro schema dia conto anche della novità.
Il fatto è che 1) fare questa cosa costa fatica 2) non sempre è utile 3) non sempre siamo pronti a farlo.
Esempio: se il tizio di prima (quello del frullatore sul treno) fosse un noto pazzoide, non daremmo troppa importanza al fatto che ha acceso un frullatore attaccandolo alla presa elettrica del treno su cui viaggiava. Non varrebbe la pena ricostruire il nostro schema ‘tipico viaggio sul treno’ solo per includere il suo gesto eccentrico. Anzi, se lo facessimo il nostro schema sarebbe meno efficace: il 99,99% dei viaggi in treno non prevedono che si accenda un frullatore a treno in corsa, mentre invece noi finiremmo per aspettarci così.

Un viaggio in treno molto poco tipico

A volte, cercare un unico schema per inglobare tutta una catena di eventi finisce per essere davvero impossibile, o comunque poco pratico, ed è meglio usare più schemi diversi per descrivere una stessa situazione.
Mettiamola così: di fatto finiamo per riconoscere due storie (o più di due) all’interno dell’insieme di contenuti che ci vengono propinati.
Alcuni di questi contenuti serviranno solo per una storia, alcuni solo per l’altra, e poi alcuni serviranno per tutte e due. In narrativese, diciamo che quegli eventi sono leggibili secondo un doppio codice interpretativo.2
Un ottimo esempio di questo modo di costruire una storia ce lo dà Calvino ne Il castello dei destini incrociati, in cui prende le carte di un mazzo di tarocchi e le dispone a formare un reticolo. Ogni carta è parte di una riga (orizzontale) e di una colonna (verticale). Ogni riga, letta da sinistra a destra, forma una storia raccontata per immagini (le illustrazioni su ogni carta). Ma anche ogni colonna, letta dall’alto in basso, forma una sua storia. E siccome ogni carta appartiene sia ad una riga sia ad una colonna, ogni carta di fatto ‘serve’ a due storie diverse, qulla ‘orizzontale’ e quella ‘verticale’.
Se volete un esempio più immediato, pensata a quell’altra gloria nostrana che è Il nome della rosa (Umberto Eco). Quel romanzo contiene al suo interno almeno sette storie indipendenti, e si possono facilmente notare parti che non sembrano aver nulla a che fare con ciò che è venuto immediatamente prima.
Naturalmente questi oggetti mostruosi, questi ‘Frankenstein narrativi’ di solito sono schifosamente difficili da portare a termine, e soprattutto è maledettamente tosto renderli divertenti.

Stavate dicendo…?

Edgar Wright è noto per fare film piuttosto…complicati. In particolare, La fine del mondo è un film che vuole raccontarci almeno tre storie.
Allo stesso tempo, Edgar Wright è uno che ha notoriamente dichiarato che ‘non esistono film belli e film brutti, ma solo film belli e film noiosi’.
Sembra che si sia dato un compito impossibile, no?
Beh, io credo che ce l’abbia fatta.
Con un film che parla di cinque amici ubriachi al pub che si scontrano con un’orda di robot pieni di liquido blu.

 

Parte 2. Oh, adesso parliamo del film.

 

1. La trama alcolica

Occhei partiamo dall’inizio.
Vi è mai capitata una di quelle notti che iniziano come qualunque altra, ma finiscono per essere la nottata della vostra vita?
La voce fuori campo di Gary King ci dice tutto questo mentre entra trionfalmente in un pub ed afferra ciò che gli spetta (parrebbe) per diritto di nascita: una pinta di birra.
E’ la prima immagine del film. Il bicchiere, che con il suo contenuto dorato spicca sullo sfondo blu, è perfettamente al centro dell’inquadratura.
Davvero: il film non potrebbe essere più chiaro. Qui si parla di birra, e del rapporto che Gary King ha con lei (sul perché del ‘lei’ anziché ‘essa’ ci torniamo dopo). Stiamo parlando di alcolismo.
Il glorioso racconto dell’epica avventura di vent’anni prima, infatti ha un pubblico che sta dentro al film. Gary non sta solo raccontando a noi: sta raccontando anche a dei personaggi del film. E quali? Beh…ad una riunione di Alcolisti Anonimi (o al massimo ad una sessione di terapia di gruppo). Il contrasto è devastante.
E la lunga, intensa occhiata di Gary (interpretato da un Simon Pegg in stato di grazia) ci dice già tutto su ciò che lo tormenta: il desiderio di finire ciò che aveva iniziato e la consapevolezza che quella strada lo ha portato dritto dritto ad una riunione degli AA.
L’avventura di Gary e della sua combriccola non ha natura casuale: i cinque compari non devono semplicemente visitare i dodici pub della loro città natale, devono bere, o altrimenti ‘la cosa va a puttane’.
Almeno per Gary, è l’alcool al centro di tutto.
Quando i suoi amici vomitano, svengono o comunque ‘si ritirano’, lui tira dritto come un trattore.
Quando Andy si rifiuta di bere birra, lui è sinceramente scandalizzato.
Quando parla di come ha incontrato Sam, facendoci sesso nel bagno per mollarla subito dopo, precisa che lui ‘aveva un altro appuntamento per quella notte, ed era una bionda’.
E poi si arriva naturalmente al finale. O meglio, al primo di tre finali diversi (può succedere, nelle storie multiple come questa). Ovvero: ma perché diavolo vuole assolutamente bere quell’ultima birra a costo di far finire il mondo? Perché diavolo Andy, quando ormai siamo già arrivati a quel punto, decide di fermarlo?
Prima di quello, dobbiamo parlare dei nomi dei nostri protagonisti.

Il fiore della cavalleria

Gary KING (re). Andy KNIGHTLEY (cavaliere). Steven PRINCE (principe). Oliver CHAMBERLAIN (ciambellano). Peter PAGE (paggio). La birra, l’unica birra servita in tutti i pub del film, si chiama CROWNING GLORY (gloria incoronatrice).
Tutte le volte che Gary parla del suo programma per la serata, usa sempre la parola avventura (in originale QUEST, che è il termine specifico per designare le imprese dell’epica cavalleresca). L’ultimissima immagine del film ci mostrerà Gary che brandisce una spada, circondato dai suoi fedeli in armi.
Immagino che a questo punto sia chiaro che la cosa è tutt’altro che casuale.
Certo, il primo scopo di tutto ciò è dar conto delle illusioni di cui Gary si circonda: parla in modo magniloquente ed artificioso solo e soltanto quando lo fa a proposito della birra o di qualcosa legato alla birra (per esempio, negli scambi che ha con i baristi): nella sua dipendenza, mente a sè stesso dando una nobile aura allo strisciare pub dopo pub per bere fino alla morte.
Ma c’è un altra nota, in tutto questo. Il fatto è che Gary non è il ‘capo’, il ‘boss’ o altro, è il RE. L’avventura (leggasi: il divertimento) è sua per diritto di nascita – o almeno così crede lui.
Nella finzione che lui ha costruito attorno a sé, succede davvero ciò che ad un certo punto Andy gli rinfaccerà: i suoi quattro amici non sono realmente amici , ma semplici ‘enablers’ (nell’originale): letteralmente ‘coloro che gli permettono’ di bere.
Per dirla in un altro modo, Gary si aspetta che una notte folle all’alba dei propri diciott’anni sia la norma. E i suoi ripetuti tentativi di ricreare quell’esperienza lo portano in zone molto oscure. Zone da cui non può uscire da solo.
Per chiudere con questa parte, vale la pena notare che La fine del mondo fa un lavoro spettacolare nel proiettarci dritti dentro la testa di Gary King.
Voglio dire, è facile dipingere qualcuno come un alcolista-da-stereotipo per poi dirci “Vedete? L’alcol fa male”. Certo che lo vediamo noi, il problema è che un alcolista non si vede a quella maniera: per questo la dipendenza da sostanze è particolarmente insidiosa.
Noi invece vogliamo credere a Gary. Vogliamo quell’eccitazione, quell’avventura, quel divertimento. Siamo spettatori di un film, dopotutto: divertirci è proprio quello che desideriamo, guardandolo.
Vogliamo che sia ‘una bella serata con gli amici’.
Ma passo dopo passo, i nostri personaggi hanno sempre meno motivi per andare avanti. Passo dopo passo, sono tenuti insieme e spinti esclusivamente dalla volontà di Gary. Passo dopo passo, ciò evolve nelle circostanze più assurde improbabili e ridicole. Passo dopo passo, finiamo per cogliere sempre più la follia del tutto.
Davvero, non so se è accaduto anche a voi, ma pensate a cosa accade durante il terzo pub. Succede che Gary è stato bandito dal locale vent’anni prima e quindi non può prendere una birra lì, così che l’avventura sembra irrimediabilmente compromessa.
E Gary che fa? Prende un bicchiere abbandonato sul tavolo da chissà chi e si beve quello.
La prima cosa che ho pensato è stata “Fiuuu! L’avventura è salva!”, e subito dopo sono inorridito, perché il protagonista ha appena fatto una cosa da alcolista-da-stereotipo mentre io lo stavo approvando.
E’ questo che intendevo: il film non ci dice chi/che cosa è Gary King. Ci fa vedere il mondo dal suo punto di vista. E fa tutta la differenza del mondo.
Ah, e poi, nel terzo finale del film, quando vediamo Gary per l’ultima volta ed ha ormai completato il suo percorso, ovviamente ordina da bere dell’acqua.

Chiedere l’acqua al bar is the new cool

Il dodicesimo ed ultimo pub è il luogo di passaggio di Gary dall’ebbrezza alla sobrietà.
L’alcool, a quel punto del film, è ormai stato privato di tutto il suo fascino romantico (all’inizio del film l’alcool sembra un accessorio al divertimento, poi è la fonte di divertimento, poi è pura e semplice ossessione).
Inoltre, Gary è sempre più solo: ha lasciato tre compagni lungo la via (quattro se contiamo Sam) e sembra che gli sia rimasto solo Andy.
E dovendo scegliere tra lui e la birra, sceglie – no, si batte – per quest’ultima.
E il momento della sobrietà arriva non perché Gary compia uno sforzo sovrumano e ‘dice di no’, ma semplicemente perché diventa impossibile perfino per lui mantenere le proprie bugie (non è un caso che Gary abbia ‘memoria selettiva’: è più predisposto a mentirsi, rispetto agli altri).
A livello letterale, finalmente confessa ad Andy che l’alcool “è tutto ciò che ha” anche se ha smesso da un pezzo di essere divertente. A livello metaforico, la leva che dovrebbe far spillare birra invece rivela il grande piano che ha messo in moto un bel po’ degli eventi della storia.
Aziona quel meccanismo che fa apparire la verità.
Perché Gary King non è l’unico che racconta menzogne a sé stesso. Oh, no.

 

2. La trama politica

Non ho ancora parlato di tutti quei…come dire…leggeri dettagli che rendono questo film un film di fantascienza.
Cioè di tutto ciò che ha a che fare con UNA RETE DI FOTTUTI ROBOT PIENI DI LIQUIDO BLU.
Se la prima storia può dirsi conclusa quando Gary tira quella benedetta leva e si accorge, con inorridito stupore, di avere effettivamente un problema con l’alcool, il secondo finale riguarda qualcosa di un po’ diverso.
Parlo dell’esilarante dialogo tra gli Umani e la Rete.
All’angolo sinistro gli umani. Sporchi, feriti, insanguinati (ammesso che il liquido blu sia il “sangue” dei robot), pieni di cicatrici (sul serio: nella scena alla fumeria ognuno dei protagonisti mostra le proprie cicatrici) e ubriachi.
All’angolo destro i robot-che-non-sono-robot. Puliti, integri, immacolati, perfettamente funzionanti e razionali.
Gli umani rivendicano la loro libertà, i robot il benessere della galassia.
Ed è facile vedere in questi due schieramenti, una contrapposizione tra due filosofie politiche in contrasto. Da un lato la difesa delle libertà negative (libertà dalle costrizioni – il fare ciò che voglio), dall’altro quella delle libertà positive (libertà dall’autodistruzione – il fare ciò che è bene per me anche contro la mia volontà).
La cosa ammirevole è la complessità di questo conflitto, che La fine del mondo riesce a rendere perfettamente.
Gli umani hanno grossi fallimenti alle spalle. Gary è arrivato al limite dell’autodistruzione, Andy ha un passato infelice (ha problemi con la moglie, sappiamo) ed anche Steve non se la passa bene (è innamorato di Sam da una vita ma non ha il coraggio di dirglielo).
Soprattutto, hanno grosse difficoltà a vedere i loro stessi problemi e ‘ripetono gli stessi errori’ ancora ed ancora. Hanno grosse difficoltà a migliorarsi, anzi non offrono grosse speranze di essere capaci di farlo del tutto.
Ma alla Rete non è che vada molto meglio.

Anche se dev’essere molto comoda per leggere al buio

Le loro buone intenzioni si scontrano con la testardaggine degli umani fino al punto che tutti gli umani “devono essere sostituiti”. La Rete non vorrebbe farlo, ma è costretta perché gli umani mettono in discussione il principio stesso su cui la Rete si fonda. Cioè che ognuno sia perfettamente a conoscenza di ciò che è davvero per il suo bene.
E così la stessa Rete finisce per mentire a sé stessa, visto che evidentemente non è stata in grado di dare agli umani ciò che è bene per loro. Non è un caso che gli umani che sono stati sostituiti da cloni robot vengano completamente fatti sparire.
Sono la verità che la Rete sta nascondendosi, come l’alcolismo è la verità insopportabile per Gary.
E il secondo finale si risolve all’insegna della sintesi.
Gli umani mantengono la loro libertà ma guadagnano consapevolezza dei loro errori. Acquistano il diritto di sbagliare e insieme la responsabilità di convivere con i loro sbagli.
Voglio dire: la Rete li lascia liberi, ma il prezzo da pagare è la fine del mondo così-come-lo-conosciamo.
Come dirà Andy stesso, dopo l’apocalisse la vita diventa più faticosa, ma anche più semplice.
Non è un caso, infine, che in quel nuovo mondo postapocalittico le cose non siano tutte rose e fiori, ma che invece gli errori convivano con il miglioramento individuale.
Gary risolve la propria dipendenza, ma gira ancora con quattro compari cercando il divertimento nei pub. Gli umani sono sopravvissuti alla propria indole autodistruttiva, ma danno tutta la colpa ai robot (tranne i nostri eroi) dimostrando di non aver imparato una sega.
L’immagine che forse incapsula meglio di tutte questa tematica è forse l’utima del secondo finale, subito prima che l’esplosione spazzi via tutto.
I nostri eroi fuggono da Newton Haven con la macchina e incappano in una rotonda. Considerazioni riguardo il codice della strada a parte, una rotonda non è altro che un bivio le cui due strade finiscono per portare alla stessa meta.
Solo che nessuna delle due strade va bene (li rallenterebbe, e finirebbero disintegrati) e così loro passano dritto in mezzo, con una manovra altamente rischiosa.
L’unica manovra che possa portarli alla salvezza. Beh, non proprio alla salvezza. Diciamo al futuro.

 

3. La trama di formazione

Avrete notato che ho introdotto la Rete come “Robot-che-non-sono-robot”, ma poi ho finito per chiamarli robot per tutta la parte precedente.
Questa cosa è successa perché il nome dei robot è un altro elemento che è determinante in più di un senso.
Come ci viene detto anche nel film, robot viene dal ceco robotnik, e significa (etimologicamente) schiavo. Il fatto che la Rete sia di fatto composta di robot ma non voglia vedersi come una massa priva di libertà, fa sì che si appigli puntigliosamente alrifiuto della parola “robot”. Il nome che la Rete non vuole darsi è un’altra delle bugie che si racconta.
Ma il nome che i robot-non-robot finiscono per avere, “vuoti” (in originale “blanks”), è altrettanto rilevante.
Voglio dire: pensiamo a che tipo di creature sono. Come sono fatti, e per quale motivo.
Non sono colossi metallici, o bizzarre macchine dalle proporzioni aliene. Sono dei perfetti replicanti degli abitanti del pianeta terra.
O meglio, siamo sicuri che siano perfetti replicanti?
In realtà sono copie di un essere umano privato del suo bagaglio di esperienze. In termini metaforici: i vuoti non riescono a replicare i mutamenti che un essere umano subisce accidentalmente nella sua vita.
Non riescono a cancellare il tatuaggio di Omen, e non riescono a copiare le cicatrici degli altri quattro.
Questo perché a) la Rete non comprende sbagli, l’abbiam visto prima (e una cicatrice corrisponde ad un errore di qualche tipo), ma soprattutto b) i vuoti sono delle versioni “resettate” degli umani di cui prenderebbero il posto. Sono la promessa illusoria di poter cancellare la propria infelicità con un colpo di spugna e ricominciare da capo, come se nulla fosse accaduto.
Sono l’anticipazione di un’alba indolore.

Invece l’alba ha questo aspetto qua

Entriamo un po’ più nel dettaglio.
La promessa di poter ripartire da capo si rivela illusoria perché coloro che scelgono questa strada, sono proprio quei personaggi che finiscono per ripetere ogni passo della loro esistenza precedente.
Chi sono i compagni di Gary che, durante la prima avventura, da giovani, non ce l’avevano fatta? Omen e Peter.
Chi sono i due che vengono sostituiti durante la seconda avventura? Sempre Omen e Peter.
E nel terzo finale, chi sono i due che ritornano a fare esattamente le stesse cose che facevano ad inizio film? Ma ovviamente Omen e Peter (o i loro cloni, in realtà): Omen torna a vendere case, mentre Peter siede di nuovo al tavolo con la famiglia.
A proposito, nel delirante dialogo in macchina, prima di arrivare a Newton Haven, Gary chiama la combriccola ‘i cinque moschettieri’. Quando gli viene fatto notare che i moschettieri del romanzo sono tre, lui risponde che sarebbe meglio fossero cinque, così che, se anche due morissero, ne rimarrebbero comunque tre. Cosa che puntualmente accade.
Quanto allo stesso Gary, i suoi compari, nell’ultima bevuta, sono tutti dei vuoti, perché girovagare per locali alla ricerca dell’avventura è esattamente quello che facevano prima.
Ma allora Gary non dovrebbe anche lui essere un vuoto? Anzi, a ben pensarci, perché Gary distrugge il proprio clone? Essere giovane di nuovo, ricominciare da capo, non è tutto ciò che Gary vuole, in fin dei conti?
Sì, ma non è ciò di cui ha bisogno.
Chiariamoci: Gary è tentato dall’idea (esclama “Mio Dio, sono così figo!”) ma a quel punto non vuole più crederci. Per la prima volta, ha lottato per qualcosa (la sobrietà) e l’ha ottenuta. Perché dovrebbe cancellare tutto?
Gary non è un vuoto perché per la prima volta ha imparato qualcosa su di sè, e questo vale tutti i sacrifici del mondo.
Tra l’altro (mamma mia la quantità di rimandi interni in questo film!): nel secondo pub, Gary aveva sfottuto Andy per la sua scelta di non bere alcolici. Quest’ultimo aveva risposto che il vero coraggio è entrare in un pub pieno di tifosi di rugby incazzati e con indosso le pitture di guerra, ed ordinare un’acqua minerale. Gary aveva ridacchiato al momento ma…indovinate che cosa succede nell’ultima scena del film?

Questo è solo un assaggio del livello di complicazione raggiunta dall’apparato simbolico de La fine del mondo.
Spero di aver dato un’ida del perché il suo regista e sceneggiatore, Edgar Wright, sia considerato uno dei più intelligenti film makers oggi in attività.
Mentre per quanto riguarda l’altra metà dell’obiettivo che si era posto, cioè l’essere divertente…beh dovrete fidarvi di me.
Anzi, macché fidarvi, correte subito a vederlo, se non l’avete ancora fatto!
E non abbiate paura. Ricordate: non esistono film belli e film brutti, solo film belli e film noiosi.

  1. Ve lo giuro, uso il plurale latino solo adesso e poi basta. Lo faccio solo perché ‘schema’ è un termine specifico e non voglio che invece sembri che lo sto usando a vanvera. Dopo userò solo il termine italiano e anzi vediamo di chiuderla il prima possibile che ‘sta parte è schifosamente astratta e già fin troppo lunga.
  2. O codice multiplo, se ci sono più di due storie.