Looper: logica magica vs logica del frigorifero

marzo 14, 2017

by — Posted in Cinema, Generale, Lingue e Letteratura

Abbiamo appena visto un film, e qualcosa purtroppo non ci torna.
Ci sono svolte di trama che ci sembrano forzate. O banali. O inverosimili. O tutt’e tre.
Riconosciamo ‘a pelle’ che il film in fin dei conti non ci è piaciuto.
Magari siamo particolarmente delusi, perché avevamo delle alte aspettative su quel titolo. Volevamo davvero che fosse bello, perché aveva una premessa interessante, o faceva parte di un genere che ci piace, o magari perché c’erano dentro degli attori o attrici che ci stanno simpatici.
Cominciamo ad innervosirci: cosa è andato storto? Iniziamo subito a dissezionare il film con gli strumenti a nostra disposizione.
E così, a caldo, magari con i nervi a fior di pelle per la fatica di trovare parcheggio vicino al cinema, per la coda alle casse e il vicino di posto con il cellulare, abbiamo la tendenza ad imboccare una strada interpretativa ben precisa.
Iniziamo a setacciare il film alla ricerca di errori.

Ci togliamo le lenti dello spettatore, indossiamo quelle del detective e iniziamo a riesaminare la storia alla ricerca di errori di continuità, incongruenze, contraddizioni, avvenimenti inspiegati, eventi improbabili – a tutti gli effetti, ci mettiamo a svolgere una vera e propria indagine per risolvere il mistero attorno ad un orribile delitto: qualcuno ha fatto un film che non ci è piaciuto.
C’è un solo problema in tutto questo: se partiamo alla ricerca di errori, abbiamo accettato la premessa che ci sia ‘un modo giusto’ di raccontare le cose al cinema. Ogni volta che il nostro film se ne allontana, quello è uno ‘sbaglio’.
Purtroppo c’è il piccolo particolare che non esiste un ‘modo giusto’, valido una volta per tutte, di raccontare una storia – con immagini o parole, la sostanza non cambia.
Come mai allora abbiamo (penso) tutti provato la familiare sensazione di riconoscere qualcosa come inverosimile, inaccettabile, impossibile?
Beh, di solito quello che ci succede è che iniziamo ad usare come pietra di paragone la realtà. Solo che la finzione è fatta di una pasta diversa.

Chiariamoci: nel corso degli anni, siamo diventati dei consumatori sempre più sofisticati.
Non crediamo realmente che ciò che vediamo/leggiamo sia successo davvero.
Un noto aneddoto riguarda un’ingenua lettrice francese del ‘700 che, dopo aver letto Pamela di Tom Jones, scrisse un’accorata lettera a Denis Diderot (che aveva tradotto il romanzo in francese. Sì, Diderot quello dell’Enciclopedia) per chiedere l’indirizzo della protagonista, in modo da poterla passare a trovare o spedirle una modesta rendita che la facesse vivere in tranquillità.
Un’altra leggenda metropolitana riferisce che all’inizio del ‘900, durante le prime proiezioni cinematografiche nei paesini dell’america rurale, alcuni spettatori – completamente assorbiti dalle storie di rapine al treno e sparatorie coi banditi – volessero dare il loro generoso sostegno alla giustizia estraendo le loro pistole e mettendosi a far fuoco contro i cattivi che vedevano sullo schermo.1
Noi non siamo a questo livello. Se vediamo un film fantasy non ci sorprendiamo che ci siano magie e creature fantastiche, se vediamo un film di fantascienza non battiamo ciglio di fronte a viaggi interstellari o galassie lontane lontane, e se vediamo Nicholas Cage… beh non ci stupiamo più di niente.
Insomma, riconosciamo – e accettiamo – facilmente i singoli particolari per cui il mondo-della-storia si differenzia dal nostro. Però, in linea di principio, accettiamo meno volentieri che gli eventi di quel mondo siano collegati da una relazione leggermente diversa da quella che applichiamo agli eventi del nostro mondo (la relazione di causa ed effetto).

Quello che di solito succede, è che una storia funzionale (nel senso di ‘che fa il suo dovere’) riesce a convincerci della ‘logicità’, della naturalezza, della verosimiglianza di catene di eventi che non reggerebbero ad un esame più accurato.
Ed è quando una storia ‘funziona male’ che l’incantesimo si rompe, noi ci distraiamo e l’incoerenza logico-causale emerge in tutta la sua potenza con la grazia di un’unghia strofinata sulla lavagna.
Esempio stupido. Supponiamo che, nella nostra storia, un esperto biologo sia cresciuto fin da piccolo con la passione per i viaggi spaziali, spinto dal sogno di trovare della vita fuori dalla Terra. Attraverso interminabili anni di accademia, un duro addestramento da astronauta e un muro di diffidenza da parte del resto della comunità scientifica, il nostro biologo viene finalmente scelto per una missione esplorativa su un pianeta appena scoperto.
La navetta atterra. Nonostante il clima avverso, mille imprevisti disastrosi risolti in extremis e un equipaggio che lo considera un visionario, il nostro biologo riesce ad individuare le tracce di una forma di vita dentro un sistema di caverne inesplorato.
Ci si avventura dentro e, tra le pieghe oscure della roccia aliena (siamo ormai alla fine del secondo atto) il nostro biologo trova un puccioso animaletto che sembra una biscia d’acqua (il reparto effetti speciali si incaricherà di rendere pucciosa una biscia d’acqua). Il comandante della spedizione, un odioso militare, intima di rispettare il protocollo e mantenere la distanza da quella cosa. Ma il nostro biologo ormai è rapito: è fatta, è la conferma che non è pazzo, il coronamento del sogno di una vita, il trionfo su tutti quelli che non gli davano due lire. Decide di concedersi un gesto simbolico, e accarezza la creatura.
Solo che il serpentello puccioso si rivela essere un parassita assassino che aggredisce il biologo, lo uccide e poi lo trasforma in uno zombie che finisce per sterminare l’equipaggio in modo variamente truculento.
E’ una tragedia, no? Il sogno-fattosi-realtà-che-diventa-incubo eccetera. E probabilmente, sappiamo già prima della conclusione che andrà a finire male, ma lo accettiamo.
Se invece raccontassimo la stessa storia, ma senza dire nulla sul passato del biologo, cosa avremmo? Una scena in cui un perfetto cretino ignora sia un ordine esplicito sia i dettami del buon senso e inutilmente segna il destino di tutti i personaggi.
E giustamente ci incazzeremmo: “Ma è illogico che proprio lui, un biologo esperto, faccia una vaccata del genere!”
Evocheremmo la nostra solida logica causale per condannare un’aberrazione di questo tipo, solo che… nelle due storie avviene lo stesso identico evento. Nelle stesse identiche circostanze.
A cambiare sono le informazioni che noi spettatori abbiamo, non le cose che succedono.
Cioè il problema nella seconda storia non è una mancanza di logica, ma una mancanza di caratterizzazione del personaggio.2

Esempio intelligente.
Perfino le migliori storie mantengono il loro incantesimo per un periodo limitato. Anche perché, nel 99% dei casi, le migliori storie barano da maledetti.
C’è un episodio ne La donna che visse due volte, che è inspiegabile. Il personaggio di Madeleine entra ad un certo punto in una stanza d’albergo. Il protagonista, Scottie, che la sta pedinando, la vede entrare e si apposta davanti all’unico ingresso dell’edificio finché, spazientito, entra nella hall e chiede alla proprietaria di controllare proprio quella stanza. La donna entra e non trova nessuno: Madeleine se n’è andata. Come ha fatto, visto che Scottie è stato per tutto il tempo nella hall, davanti alla porta?
Hitchcock respingeva al mittente le critiche riguardo questo particolare con il ricorso ad un’elegante immagine, appropriata alle atmosfere oniriche e misteriose del film: un frigorifero.
Diceva che sì, dopo un po’ ci si rende conto di questa falla, ma ce ne si rende conto solo dopo aver finito di vedere il film, essere tornati a casa e aver tolto il pollo dal frigorifero, mentre si aspetta annoiati che sia pronto da mangiare.
Quel che importa è che finché la storia (qui il film) dura, la nostra esigenza di una chiara e rigorosa concatenazione causale di avvenimenti è sospesa.
Quella logica che ci serve così bene in tantissimi ambiti diversi, se applicata alla finzione diventa logica del frigorifero.

Passiamo ai viaggi nel tempo.

“E’un paradosso [..] Puoi forzarlo fino a dargli senso, per me è un aspetto standard dei film sui viaggi nel tempo e c’è una piccola quantita di logica magica che devi applicare per fare in modo che una storia del genere abbia senso ”

Questo Rian Johnson, regista e sceneggiatore di Looper.
Se siete fan di lungo corso della fantascienza, adesso probabilmente vi state contorcendo in preda all’orticaria.
Ora, la cosa è difficile da portare avanti senza spoiler, ma ci proviamo.
L’argomento viaggi nel tempo è una sfida concettuale, nel senso che mettere una macchina del tempo nel tuo film significa attivare una fabbrica di paradossi a pieno regime. Una cosa che può mettersi in mezzo tra quello che volevi dire agli spettatori e quegli spettatori a cui volevi dirla.
Ci sono film che esplorano con pazienza e metodo tutte le implicazioni (e le complicazioni) di un ipotetico viaggio nel tempo (Primer, di Shane Carruth, per esempio), ma Looper non ha questo obiettivo.
La possibilità di tornare indietro, di vedere le cose che tu stesso hai fatto – magari di rifare le cose che tu stesso hai fatto – è un argomento piuttosto interessante da affrontare, no?
Il rimpianto è un’esperienza che ci accomuna più o meno tutti, e ci troviamo a fantasticare su ‘cosa sarebbe successo se…’
La fantascienza può rendere questo discorso estremamente tangibile. Può mostrarci in maniera estremamente efficace cosa può succedere quando il desiderio di riscatto è il motore della nosta vita, quando persone diverse guidate dalle migliori intenzioni possono finire per prendere strade radicalmente diverse.
Può perfino mostrarci come il desiderio di rimediare possa finire per creare torti ancora maggiori, e così via e così via, in un circolo che non si arresta (e siccome circolo in inglese è loop ormai avete capito di cosa parla il film).
Può far sì che i personaggi si trovino letteralmente a calpestare le stesse orme che avevano lasciato. Non è una cosa da poco.
Sarebbe un peccato mandarla all’aria perché le cose non tornano.

Okay, lo so, ho detto che una storia il suo incantesimo se lo deve meritare. Se funziona (la chiave è quel se), tutta l’incoerenza di questo mondo passa in secondo piano, no?
Nì.
Looper è un film che mette in discussione il ruolo dell’eroe d’azione così come lo conosciamo. Sempre più film stanno intraprendendo questa strada, con ottimi risultati (in questo cineforum abbiamo già visto Ex machina, ma due esempi da manuale sono i blockbuster Snowpiercer e Mad Max: Fury Road), ma Looper è arrivato in leggero anticipo.
Il fatto è che noi siamo abituati ad essere l’eroe. Una riflessione critica sull’eroe è una riflessione su di noi, ed è una cosa che costa una certa fatica.
Una cosa che potreste non aver voglia di fare, mentre vi guardate una bella storia di fantascienza ad alto ritmo e un Bruce Willis che fa cose da Bruce Willis.
E così molti spettatori hanno rifiutato questa proposta. Hanno rifiutato il film e poi (per il motivo che abbiamo detto su all’inizio) hanno iniziato a dare la colpa alla logica traballante del film.
Looper è meraviglioso. E’ complesso. E’ inventivo. E in tutto questo è schifosamente divertente. Ma vi chiede uno sforzo.
Lasciate il frigorifero a casa.

  1. Per quanto questa cosa soddisfi UN SACCO di stereotipi riguardo agli Stati Uniti, c’è una buona probabilità che sia falsa.
  2. Ogni riferimento a film realmente esistiti è puramente casuale.