“La noire de…” – Una lettura postcoloniale

aprile 10, 2017

by — Posted in Arti, Cinema, Lingue e Letteratura

La noire de… (1966) è un film del senegalese Ousmane Sembene, il primo regista africano a guadagnare fama internazionale. Tra l’altro, Sembene fu anche uno dei primi grandi scrittori senegalesi nel periodo successivo all’indipendenza dalla Francia. La noire de… parla dell’isolamento e dell’alienazione di Diouana, una giovane donna senegalese che lavora ad Antibes come domestica di una famiglia francese.

Il Senegal è stato colonia francese dal 1659 al 1960. Non possiamo dunque prescindere dal considerare il film nel contesto della colonizzazione del continente africano da parte delle potenze europee. Per fare questo possiamo utilizzare gli studi postcoloniali, un insieme di teorie filosofiche, letterarie e culturali che si occupa di studiare tutto ciò che ha a che fare con la colonizzazione, la decolonizzazione, i movimenti migratori e le ex-colonie.

Vuoi saperne di più? Ecco qui una guida rapida al postcoloniale. Se no leggi oltre.

  • Guida rapida al postcoloniale
Cosa diavolo è il postcoloniale?

Possiamo distinguere tra “postcoloniale” come aggettivo ed una teoria postcoloniale più propriamente detta. Come aggettivo, postcoloniale vuol dire due cose:

  1. Tutto ciò che è avvenuto dopo la decolonizzazione. E quindi “post” significa “dopo”.
  2. Tutto ciò che è inteso in contrasto alla colonizzazione. Qui “post” significa “contro”.

Le letterature e il cinema postcoloniali, per esempio, possono essere stati scritti o prodotti negli anni successivi alla decolonizzazione, ma sono spesso intesi in contrasto ad operazioni coloniali o neocoloniali.

E la teoria postcoloniale, invece?

La teoria postcoloniale è un modo di analizzare la realtà e i prodotti culturali (libri, film, poesie, fumetti, etc.) in relazione al colonialismo e a forme di neocolonialismo. Per fare questo, si dedica particolare attenzione alle ex-colonie e alla loro cultura, ma anche ai movimenti migratori.

Da un punto di vista teorico, è un incrocio di marxismo e poststrutturalismo. Utilizza queste due branche della filosofia per decostruire (cioè smontare per rivelarne i meccanismi) il sistema di pensiero capitalista ed imperialista.

Cosa si intende per colonialismo?

Il colonialismo è la conquista e l’insediamento in territori stranieri, diversi dalla madrepatria. Ci sono state diverse forme di colonialismo nella storia, a partire da quello nell’antica Grecia, per esempio. La forma di colonialismo che ci interessa è quello da parte delle potenze europee nei confronti del resto del pianeta, che inizia con l’età moderna e finisce negli anni successivi alla Seconda guerra mondiale. Questa forma moderna di colonialismo è particolarmente interessante, perché fu corredata da una sua ideologia (l’imperialismo) e fu strumentale allo sviluppo e alla diffusione globale del sistema capitalistico, in cui tuttora viviamo.

Che cos’è quindi l’imperialismo?

L’imperialismo stabilisce la superiorità delle potenze europee rispetto al resto del mondo e quindi il loro diritto e dovere di conquistare altri territori, in una sorta di missione civilizzatrice. È cugina delle teorie di supremazia razziale, che vedevano i non-caucasici come esseri inferiori e non civilizzati. Va anche a braccetto con il nazionalismo europeo, che molto spesso si sviluppa proprio insieme al colonialismo moderno, e si traduce in una gara tra le diverse potenze coloniali per il controllo di un numero sempre maggiore di territori.

Chi colonizzò cosa?

Successivamente alla scoperta dell’America nel 1492 ci furono due ondate di colonialismo. Durante la prima, i protagonisti maggiori furono Spagna e Portogallo, che si spartirono il Sud America. Durante la seconda, a partire dal 1600 circa, Francia e Regno Unito si contesero grosse porzioni di Nord America, Africa e Asia. Va però ricordato che più o meno tutte le nazioni europee presero parte alla colonizzazione, Italia compresa.

Possiamo distinguere almeno due tipi di colonie, quelle d’insediamento (come l’Australia, che l’Inghilterra usava come colonia penale) e quelle di sfruttamento (come l’India, dove risiedeva un numero minore di colonizzatori e l’obiettivo principale era lo sfruttamento delle materie prime).

In questa mappa si possono vedere i diversi possedimenti coloniali alla vigilia della Prima guerra mondiale, tanto per farsi un’idea (fonte treccani.it).

E cosa c’entra il capitalismo?

Eh. Semplificando molto, possiamo dire che:

  1. Il capitalismo si sviluppò in Inghilterra a partire dal 1700 circa (con le enclosures e la rivoluzione industriale);
  2. I possedimenti coloniali aiutarono gli inglesi (e successivamente le altre potenze europee) ad avere: materie prime a basso costo per la produzione industriale, un mercato stabile a cui rivendere i propri prodotti (le colonie potevano commerciare solo con la madrepatria), manodopera a basso prezzo;
  3. Il colonialismo contribuì a diffondere il sistema capitalistico a livello globale e a dare vita alle prime forme di globalizzazione;
  4. In un’ottica marxista, la logica di sfruttamento degli operai inglesi, francesi, italiani, etc. e delle popolazioni colonizzate per generare profitto è esattamente la stessa.

Ci sono molti modi per interpretare questo film in chiave postcoloniale. In quello che segue, tenterò di evidenziarne due aspetti, l’identità e il rapporto colonizzatore – colonizzato.

Il tema dell’identità

L’identità, intesa come modo di percepire e descrivere sé stessi e l’Altro, è uno dei temi centrali del film. Infatti, lo spaesamento della protagonista può essere connesso all’impossibilità, per lei, di definire una propria identità nera, al di fuori dello sguardo del colonizzatore. Ma andiamo per gradi.

Il sistema di pensiero imperialista e colonizzatore si basa su una visione stereotipata del colonizzato. I neri, gli arabi, gli indiani, gli aborigeni – insomma tutte le popolazioni non europee – vengono viste come inferiori, non civilizzate, con caratteristiche grottesche ed animalesche.

Un esempio su tutti: la terribile storia di Saartjie ‘Sarah’ Baartman, la Venere Ottentotta.

Questo contribuisce a giustificare l’operazione di conquista e la cosiddetta ‘missione civilizzatrice’ dell’uomo bianco, nonché il successivo sfruttamento e la violenza perpetrata nei confronti di queste popolazioni.

Ma cosa succede a chi subisce questa stereotipizzazione? Secondo lo psichiatra Frantz Fanon1, il colonizzato è portato a sminuire e rifiutare la propria identità, per tentare di assumere quella ‘migliore’ del colonizzatore. Questo si traduce in un tentativo di imitare l’identità occidentale. Dunque, la strada verso l’indipendenza, continua Fanon, è anche una decolonizzazione delle menti, per cui i colonizzati si devono liberare dagli stereotipi interiorizzati e costruire una propria identità nera o indiana o caribe, ecc.

Il film La noire de… mostra proprio come il processo di ricostruzione di un’identità dopo l’indipendenza sia molto difficile. Lo fa in una maniera estremamente simbolica, che vedrò di mettere in luce senza fare spoiler. L’identità africana è rappresentata dalla maschera (quella nella figura), che compie un percorso significativo all’interno del film. Quando la maschera è nelle mani dei datori di lavoro francesi di Diouana viene trattata come un souvenir di viaggio ed appesa al muro. Questo riflette sia lo snaturamento dell’uso rituale della maschera, sia la sua visione stereotipata. Infatti, le maschere africane, così come altri cimeli culturali, venivano portate in Europa per essere esibite come souvenir o reperti museali. Il loro aspetto ‘primitivo’ le rendeva oggetto di curiosità antropologica ed artistica (piacevano molto a Picasso, che vi si ispirò quando inventò il cubismo). La ribellione di Diouana parte proprio dal riprendere possesso della maschera. Quando poi la maschera torna in Africa, riprende vita e rincomincia ad essere un oggetto culturale attivo, non un polveroso reperto. Diventa l’incarnazione di un’identità africana libera ed indipendente. Noterete che il signore francese non sembra prenderla bene.

Un altro aspetto del film dal forte significato simbolico sono i vestiti di Diouana. La padrona francese le regala dei vestiti dismessi e Diouana abbandona i suoi abiti usuali per vestirsi ‘alla francese’. Mette sempre i tacchi anche solo per fare le pulizie e indossa una parrucca per coprire i suoi capelli naturali. La donna francese – come notiamo dall’assidua lettura di Elle – rappresenta per Diouana un modello cui aspirare. Siamo di fronte ad un chiaro tentativo di imitazione del colonizzatore, a fronte dell’abbandono della propria identità nera (e questo avviene proprio mentre la maschera è in mano francese). Il film mostra come questa alienazione dal Sé, dalla propria vera identità, sia una grossa fonte di problemi.

Il rapporto colonizzato – colonizzatore

Possiamo tranquillamente dire che il rapporto tra Diouana e i suoi – antipaticissimi, lasciatemelo dire – datori di lavoro ricalchi quello tra colonizzato e colonizzatore. Il film articola questa dinamica su molti livelli.

Un primo livello è molto facile da individuare: la dicotomia tra bianco e nero riprodotta in tutto il film, a partire dalla scelta della pellicola. Diouana indossa un abito bianco a pallini neri e ha una valigia nera. L’appartamento di Antibes sembra giocare tutto sul contrasto bianco nero. Il cibo che Diouana prepara è riso e seguito dal caffè. Anche la colonna sonora alterna ritmi africani ed europei. Questa struttura binaria corrisponde al sistema di dominazione coloniale che divide il mondo in oppressi ed oppressori2.

L’oppressore del film non è un uomo, ma una donna, la padrona francese. Il suo atteggiamento nei confronti di Diouana è imbevuto di stereotipi e pregiudizi. Per esempio la reputa inaffidabile e pigra. Inoltre, non dimostra alcuna umanità nei suoi confronti, rinchiudendola in casa, ingannandola e sfruttandola per mansioni che non erano previste nell’accordo iniziale. Infatti Diouana pensa di andare ad Antibes per fare la governante dei bambini, ma si ritrova a fare la domestica. Potrebbe sembrare che il padrone sia più umano e dimostri un interesse maggiore per le condizioni psico-fisiche di Diouana. Ma questo può essere solamente perché la relazione con Diouana non lo concerne3. Se la colazione non la prepara la domestica nera, lo farà sua moglie, a lui cosa cambia? Ah, il patriarcato. Un altro elemento che ci fa sospettare dell’innocenza dell’uomo è proprio il fatto che è lui che prova a pagare prima Diouana e poi sua madre, a dimostrazione che è in lui che risiede il vero potere: quello economico.

La ribellione di Diouana è silenziosa. Noterete come nel film la donna non parli mai, se non per dire “Oui madame”, “Oui monsieur”. Quello che noi sentiamo è solo lo scorrere dei suoi pensieri. Possiamo ipotizzare che Diouana non conosca bene il francese e sicuramente non sa scrivere. Il suo silenzio, però, è ancora una volta altamente simbolico. Infatti, il sistema di oppressione a cui è sottoposta le impedisce di esprimere la sua identità e cancella il suo punto di vista, tanto che addirittura prova ad esprimersi al posto suo. Da qui la sua impossibilità e il suo rifiuto di comunicare.

Per approfondire:

Sulla teoria e la letteratura postcoloniale:

Albertazzi, Silvia (2013). La letteratura postcoloniale. Roma: Carocci

Sul colonialismo italiano:

Wu Ming 1 e Roberto Santachiara (2013). Point Lenana. Torino: Einaudi

Bei romanzi da leggere (tra parentesi il titolo originale):

Rushdie, Salman (1981). I figli della mezzanotte [Midnight’s Children]

Ghosh, Amitav (1988). Le linee d’ombra [The Shadow Lines]

Abani, Chris (2006). Abigail. Una storia vera. [Becoming Abigail]

Wright, Alexis (2008). I cacciatori di stelle [Carpentaria]

Bei film da vedere:

Bertolucci, Bernardo (1998). L’assedio *

Nair, Mira (2001). Monsoon Wedding

Neshat, Shirin (2009). Donne senza uomini

Ray, Satyajit (1984). Ghare-Baire [La casa e il mondo] – questo è in bengalese con i sottotitoli, ma è un CAPOLAVORO

* Bertolucci non è un autore postcoloniale, ma mette in scena dinamiche di tipo coloniale.

  1. Fanon, Frantz (1961). I dannati della terra. Torino: Einaudi
  2. Questa interpretazione del contrasto bianco / nero è di Lieve Spass: https://www.ejumpcut.org/archive/onlinessays/JC27folder/BlackGirlSpaas.html
  3. Ancora Lieve Spass (vedi sopra).