It’s a Science Fiction world, baby

marzo 5, 2017

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Parte 1: una inutile definizione di fantascienza

Quando diciamo fantascienza, pensiamo al futuro.
Pensiamo all’etimologia della parola: fantasia + scienza, e immaginiamo ‘come il mondo potrebbe essere tra X anni, quando la tal cosa – ora impossibile – sarà resa possibile da progressi scientifici giganteschi’.
Be’, già un’affermazione di questo tipo, che sembrerebbe piuttosto generica, ci dà in realtà delle indicazioni su ciò che il genere fantascienza ha significato, nel corso degli anni.
Facciamo un piccolo esercizio e scomponiamo quello che c’è scritto più sopra.
1) Come potrebbe essere il mondo tra X anni?
2) Come potrebbe essere il mondo quando le cose impossibili ora non lo saranno più?
3) Come saranno questi progressi scientifici?
A seconda di quale di queste domande vi farete, potreste ritrovarvi a raccontare storie di fantascienza molto, molto diverse tra loro.

La prima domanda tende ad aprire scenari di ipotesi sulla trasformazione del contesto storico-sociale in cui ci troviamo. Cioè, la prima domanda tende a produrre storie di fantascienza che funzionano bene quando hanno un’eco nella nostra percezione del mondo in cui viviamo adesso.
Se io vi raccontassi una storia dicendovi che tra 10 anni inizieremo tutti quanti a consumare esclusivamente cibi di colore blu e ad usare struzzi mutanti come mezzo di trasporto, voi potreste sorridere alla cosa, ma probabilmente non avreste molta voglia di arrivare alla fine di un intero romanzo che infila stramberia dopo stramberia. Le battute funzionano la prima volta.
Se invece, chessò, vi proponessi uno scenario in cui Cina e Russia sono in conflitto ma usano l’Europa come campo di battaglia, o in cui la scarsità di risorse ha reso la migrazione un fenomeno che interessa il 95% della popolazione mondiale, probabilmente otterrei una reazione ben diversa, no?
Questo ovviamente perché lo scrivere una storia che ‘prema sull’acceleratore’ della dimensione cronologica funziona quando quella storia esaspera alcuni processi di trasformazione (sociale, economica, culturale…) che sono già in atto e/o realizza le nostre paure o i nostri desideri più radicati.
A seconda del caso (angosce o desideri) ci saranno storie di fantascienza distopica (in cui il mondo è riconoscibilmente peggiore di quello che conosciamo) o utopica (in cui è migliore).
L’esempio più famoso è forse il caro vecchio 1984 di Orwell, in cui il timore di uno Stato spersonalizzato ed alieno che esercita controllo completo sulla psiche individuale si è rivelato essere non solo una preoccupazione verso l’Unione Sovietica postbellica, ma un terrore radicato in lettori diversi di periodi storici altrettanto diversi.

La seconda domanda tende tipicamente a produrre due tipi di risposte diverse, a seconda che ci si concentri su ciò che adesso è impossibile, o su ciò che in futuro potrebbe essere possibile.
Vediamo un po’ meglio.
Se io prendo una storia e decido di arricchirla con una serie di dettagli descrittivi che puntano a suscitare meraviglia, a sbalordire perché strani, nuovi, fantastici, il motivo per cui includerò questi dettagli è proprio perché siano insoliti.
Non mi importerà troppo della loro verosimiglianza, né della loro vicinanza a temi ‘caldi’ nel momento in cui scrivo.
La fantascienza degli esordi di solito si è allineata a questa concezione di fantascienza, producendo una narrativa d’evasione che coinvolgeva invasioni aliene, viaggi interstellari e (dopo qualche anno) macchine coscienti prodotte dall’uomo in piena rivolta contro il loro creatore.
D’altro canto, però, è possibile invece sfruttare questo espediente (rendere d’improvviso possibile ciò che non lo è) per uno scopo diverso.
Supponiamo che esista un fenomeno (di nuovo: sociale, culturale, economico, tecnologico…scegliete voi) i cui effetti non siano immediatamente visibili. Supponiamo poi di introdurre una ‘innovazione tecnologica’ (sulla quale eviteremo accuratamente di scendere nel dettaglio) che invece renda tangibile, immediato quel fenomeno. Ora le cose stanno ben diversamente da prima.
Ora il nuovo non è più dettaglio della vicenda, è il suo nocciolo.
Esempio: nella realtà in cui vivo, la concezione rieducativa della giustizia sembra aver perso presa su una fetta non trascurabile di popolazione, e si fa strada il sentimento diffuso che un reo sia una specie di mostro irredimibile, che va punito o isolato: questo (il giustizialismo) è il fenomeno di cui voglio parlare. Ma è una questione complessa, così decido di affrontarlo con una storia, mi sposto in un mondo fantascientifico e oplà! Nella mia storia ora sono comparsi dei mutanti che possono prevedere il futuro (questa è la mia ‘innovazione’) e vengono usati per prevedere i crimini violenti prima che essi accadano, e punire i rei prima che abbiano commesso il reato. E a quel punto la mia storia procederà direttamente da questa premessa, in vece di usare questo elemento di fantasia come contorno. Per esempio potrei avere un protagonista che scopre di essere un ‘criminale futuro’, ma essendo il capo della polizia fa insabbiare tutto e cerca di ‘autoeducarsi’ per impedirsi di commettere quel crimine, e a seconda che ci riesca o no sarà chiaro come io la pensi riguardo al tema della giustizia. Forse più chiaro che se lo dicessi in un articolo o un saggio.1

La terza domanda mette l’enfasi non su dove arriveremo, ma come.
Prende una innovazione (in questo caso soprattutto tecnologica) e, cercando di tenere la massima verosimiglianza possibile, ne anticipa gli sviluppi, badando a non tradire alcun fatto scientifico.
Qui il progresso scientifico-tecnologico è non solo motore ma anche il vero e proprio protagonista della vicenda.
In questo caso, la narrazione spesso diventa stampella della speculazione: drammatizzando l’evoluzione di un fenomeno (anzi: la sua evoluzione ipotetica) può essere molto più facile descriverlo (o descriverne l’esito).

Ora che abbiamo buttato giù questa classificazione provvisoria, potete tranquillamente prenderla e buttarla via.
Nessuna storia soddisferà in pieno uno dei casi precedenti: una storia distopica può prendere il via non tanto dallo spostarci in avanti nel tempo, ma dalla comparsa di un cambiamento tecnologico (pensate chessò a Black Mirror), o allo stesso modo una storia di fantascienza ‘meravigliosa’ può comunque essere costruita con rigore scientifico (per esempio molta della produzione di Isaac Asimov, in particolare la saga di Lucky Starr).
Il motivo per cui se ne è parlato è semplicemente il cercare di dare un’idea del modo in cui la fantascienza riesca a produrre storie che mescolano l’intrattenimento alla riflessione sulle tematiche più varie. Un’idea di come la fantascienza abbia potuto progressivamente diventare un genere sempre più risonante nel nostro immaginario collettivo, passando da rivistacce stampate su carta di riciclo e diffuse a forza di passaparola, a produzioni hollywoodiane dagli incassi a nove cifre.

Un po’ troppo grezzo, in effetti…
No, così è un po’ troppo sofisticato…
SI’ CHE CI SIAMO ADESSO.

Parte 2: better, faster, stronger

Viviamo in un’epoca felice per il genere fantascientifico.
Decidete voi se sia l’età dell’oro, d’argento, di bronzo o altri metalli, ma è chiaro che il genere sta avendo fortuna.
La forte accelerazione tecnologica da cui siamo stati investiti ha prodotto (dopo la grossa discontinuità degli anni ’50 rappresentata dalla televisione) un grosso cambiamento nelle modalità di comunicazione e trasmissione dell’informazione.
Parliamo ovviamente della Rete (che scrivo con la R maiuscola così che invece di scrivere di preciso come la diffusione ubiqua di Internet abbia influenzato le nostre vite – cosa che richiederebbe migliaia di pagine – vi lascio immaginare ciò di cui sto parlando) e di tutte le questioni che la sua apparizione ha suscitato, dal ripensamento delle nostre identità sociali a quello dello statuto epistemologico delle informazioni che riceviamo, etc etc.
Ma non solo.
Entrando un po’ più nello specifico e cominciando a parlare di cinema, abbiamo cominciato non solo ad essere sempre più esposti alla massiccia presenza di immagini nelle nostre vite, ma ci siamo anche progressivamente abituati alla digitalizzazione di quelle immagini. Siamo abituati a considerare un’immagine come una stringa (per quanto lunga e complicata) di informazione, non diversa in fondo dalle parole che leggete adesso.
Il legame tra un’immagine e la realtà, nel sentire comune, ha progressivamente perso lo statuto ontologico che gli era stato inizialmente assegnato.
I film hanno cominciato a superare sistematicamente i limiti imposti dalla pellicola, dalle macchine usate o dal contesto delle riprese, mentre qualsiasi dettaglio può essere compensato – o corretto – in postproduzione.
La nostra presa sull’immagine è più salda che mai, ma quella sulla realtà si è forse fatta più flebile.
E’ in questo contesto che la fantascienza è tornata più in forma che mai.

Nel 2008 un filmettino indipendente dall’asciutto titolo di Moon (di Duncan Jones), che parla di un uomo offertosi volontario per vivere tre anni in totale isolamento in una stazione mineraria sul lato oscuro della Luna, incassa piuttosto bene e ottiene un clamoroso successo di critica.
L’anno successivo, dal Sudafrica arriva una clamorosa pellicola low-budget che usa la comparsa di una razza aliena come metafora dell’apartheid, e finisce per diventare uno dei fenomeni dell’anno (District 9, di Neill Blomkamp).
A quel punto arrivano i grossi capitali mentre è ormai chiaro che esiste di nuovo la possibilità, per un film di fantascienza, di intercettare un pubblico di massa.
Il 2009 è anche l’anno di quel tripudio di CGI che è Avatar (di James Cameron), film che realizzò il record sia per il budget investito (allora) sia per i ricavi al botteghino (tutt’ora), mentre l’anno successivo poteva uscire un film ad alto budget che arrivava a tematizzare le tensioni tra escapismo e desiderio di realtà proprie della sci-fi: Inception (di Christopher Nolan, ma chevvelodicoaffà).2
A quel punto le porte si sono ormai definitivamente aperte, e non c’è modo migliore di rendersene conto che guardare il ritorno delle glorie passate.
La Disney ripropone un sequel/reboot di Tron (Tron Legacy, 2010), la 20th Century Fox rilancia il franchise de Il Pianeta delle Scimmie (L’alba del pianeta delle scimmie – 2011, Apes revolution – 2014, più un terzo film in arrivo), quel furbastro di J.J.Abrams mette le mani sulla saga di Star Trek (Star Trek – 2009 e Into darkness – Star Trek – 2013, più Star Trek Byond – 2016, diretto da Justin Lin), Ridley Scott torna all’universo di Alien con Prometheus (2012).

L’apoteosi della sci-fi arriva forse quando due film ottengono importanti riconoscimenti agli Oscar 2014: Her (di Spike Jonze), quieto dramma sull’evoluzione del rapporto personale tra un uomo e un sistema operativo (!) è premiato per la miglior sceneggiatura (originale), ma soprattutto Gravity, clamoroso pezzo di bravura tecnica nonché “film-che-se-lo-vedete-in-3D-su-uno-schermo-gigante-vi-cagate-addosso-per-un’ora-e-mezza-tanto-è-realistico”, realizza appieno le potenzialità della ripresa in 3D e sbanca prendendo 7 statuette, tra cui quella per la miglior regia, ad Alfonso Cuaròn.
Da allora abbiamo storie di fantascienza con le angolazioni più varie, dal dramma (Arrival), all’epica (Pacific Rim, Interstellar), alla commedia (I Guardiani della Galassia), alla narrativa distopica (Snowpiercer, The Hunger Games), ai film di guerra (Edge of Tomorrow), fino a film meditativi animati da una logica simbolica e da uno storytelling visuale (Under the Skin).

E i film del nostro cineforum? Come li inseriremmo qui dentro? Beh, senza entrare troppo nel dettaglio:
Ex machina comincia come una speculazione sulle possibilità e sulle caratteristiche di un’intelligenza artificiale. E’ estremamente accurato dal punto di vista tecnico e prende ispirazione dal libro The technological singularity, di Murray Shanahan. Se il libro si soffermava sulla alterità e imprevedibilità di una (futura) A.I. Capace di apprendimento, il film di Alex Garland prende invece un’altra direzione nel momento in cui i rapporti tra creatore e creatura si rivelano meno semplici, soprattutto meno limpidi di quanto ci si poteva aspettare.
Looper invece non fa dell’accuratezza tecnico-scientifica un obiettivo. Da un lato sposta in avanti l’ambientazione rispetto al 2011 in cui fu girato, e questo spostamento gli permette di ritrarre un mondo ‘come il nostro’, solo un po’ peggio. Le differenze non sono facili da descrivere, sono più che altro mille piccoli dettagli che però rendono bene l’idea di un’atmosfera generale.
L’altro riconoscibile elemento della trama di Looper, i viaggi nel tempo, è invece quel tipico espediente che serve a rendere tangibile un fenomeno altrimenti difficile a descriversi. Di come funzioni la macchina del tempo non ci è detto nulla, perfino la logica del film è traballante (e il regista, Rian Johnson, intervistato a riguardo faceva osservare come la coerenza logica del film fosse rilevante fino a un certo punto): il viaggio nel tempo funziona come meccanismo per costringere i personaggi ad assumersi responsabilità per le loro scelte.
La fine del mondo (di Edgar Wright) è infine la dimostrazione che si può prendere una fantascienza piena di elementi ridicoli, una fantascienza ignorante insomma, e usarla per creare uno dei film più intelligenti usciti ultimamente.
La fine del mondo è una storia clamorosamente complessa, che affronta un intrico di temi più che mai meritevoli di discussione (uno solo tra tanti: la tensione tra realtà individuale e benessere sociale) partendo da una premessa assurdamente sciocca (cinque amici tornano nella cittadina dove sono nati per ubriacarsi).
E’ la dimostrazione che in un mondo di finzione, niente è troppo fantasioso, inverosimile o esagerato, se ha qualcosa di sensato da dirci.
E credo che quest’ultima frase sia un’ottima definizione di fantascienza.

  1. L’esempio è ovviamente da Minority Report, racconto del 1956 di Philip Dick portato poi sullo schermo nel 2002 da Spielberg.
  2. Riprendendo, e in parte semplificando, le intuizioni di un film d’animazione giapponese di pochi anni precedente: Paprika (Satoshi Kon, Giappone 2006).