Gone Machina. Sbobiniamo il cervello di Amy Dunne e dell’A.I. Ava

marzo 8, 2017

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Questa roba è cominciata dai miei appunti sparsi su Gone Girl di David Fincher, appunti che ben presto hanno fagocitato anche quelli su Ex Machina di Alex Garland.
Quello che doveva essere un post è diventato un improponibile mostro a due teste che ero sul punto di buttare.
Poi stamattina ho aperto la mia bacheca facebook e ho trovato la solita trafila di messaggi astiosi verso la festa della donna. E un po’ mi sono girate le scatole.
Non so se una roba come questa possa aiutare a chiarirci le idee sul perché sia importante tenere alto il livello di guardia contro il sessismo e la discriminazione di genere. Né penso, se credevate che l’8 Marzo sia una giornata inutile, che così riuscirò a convincervi del contrario.
Però proviamoci.

Dalla parte di Amy Dunne

Parte 1.1: in cui se detestate il titolo ‘L’amore bugiardo’ vi do ragione
Parte 1.2: la donna che non visse – due volte!
Parte 1.3: Ella fu Amy Dunne

Dalla parte di Ava

Parte 2.1: il meccanismo dentro i nostri fantasmi
Parte 2.2: il fantasma dentro le nostre macchine
Parte 2.3: tutto molto divertente, fino a quando non lo è più
Parte 2.4: Ecce Robot!

 

1. Dalla parte di Amy Dunne

 

Parte 1.1: in cui se detestate il titolo ‘L’amore bugiardo’ vi do ragione

Il titolo di una storia, se fa il suo dovere, ci dice con quanta più esattezza possibile ciò di cui parla quella storia.
Fin qui mi direte ‘Dah, è ovvio, chemmelodiciaffà?’
Il fatto è che c’è una bella differenza tra i dettagli, gli espedienti di trama che una storia adotta, e il suo soggetto: c’è una bella differenza tra il modo in cui la storia si presenta, e ciò di cui ci parla.
Ad esempio: supponiamo che la mia storia parli dell’empatia come caratteristica definitoria di ciò che è umano, e che cerchi di testare i limiti di questa definizione, applicandola a circostanze estreme. Supponiamo poi che io decida di parlare di un tema così astratto raccontando la storia fantascientifica di un uomo che di mestiere deve distinguere gli umani dai robot androidi.
Posso ovviamente intitolare la storia concentrandomi sui suoi dettagli superficiali (e diventerà qualcosa come ‘Il cacciatore di androidi’), oppure indicare direttamente il tema (e il mio titolo potrebbe essere – con un po’ d’ironia – ‘Gli androidi sognano pecore elettriche?’) oppure posso anche cercare di ottenere entrambi gli obiettivi (così, per esempio, posso concentrarmi sul mio protagonista, che a livello superficiale regge la storia, mentre a livello tematico incarna l’incertezza sull’appartenenza al genere umano. Così il mio titolo sarà per esempio ‘Colui che corre sul filo del rasoio’ aka ‘Blade runner’).1
Il che significa che, a volte, un titolo può avere apparentemente poco a che fare con ciò di cui si parlerà.
Ci sono titoli che descrivono l’atmosfera o la sensazione che fanno da sfondo alla storia, titoli che commentano esplicitamente la storia, titoli che menzionano un dettaglio usato come metafora, titoli che acquistano senso solo a fine lettura, titoli che dialogano con altri titoli, e altro ancora.
Il problema è che il titolo è una delle pime cose che conosciamo, di una storia: un titolo vago, ambiguo o apparentemente irrelato alla trama ha una buona chance di lasciarci perplessi, o magari infastiditi (specie se confrontiamo il titolo con il riassunto nel retro di copertina) e di far sì che il libro/film in questione se ne rimanga sullo scaffale su cui l’avevamo notato.
Un buon titolo deve quindi camminare sul filo, destreggiandosi tra esigenze di informatività (dirci ciò che ci serve sapere) e chiarezza (suscitare delle aspettative che non vengano tradite subito dopo), e molto spesso la scelta che si fa, intitolando una storia, è quella di sfruttare un’espressione ambigua, che a seconda delle sue accezioni possa riguardare ora un aspetto ora un altro della storia.
E’ il caso di Gone Girl.
Ovvero: Ragazza scomparsa.

Dov’è andata?!

Il titolo italiano, che affianca a quello originale la dicitura ‘L’amore bugiardo’ ha una serie di effetti collaterali indesiderati: innanzitutto sembra indirizzarci nei paraggi di una commedia romantica (e mamma mia quanto ce ne andremo lontani dalla commedia), in secondo luogo introduce un’affermazione fastidiosamente generica (l’amore bugiardo? Nel senso che l’amore è un’illusione o che chi ama mente?) ma soprattutto manca completamente il nocciolo della vicenda.
Il centro del film non è la relazione tra i coniugi infelici Nick ed Amy: questi due personaggi non sono presentati in maniera simmetrica. Soprattutto non sono ‘due che si amano o forse no’.
Il rapporto tra di loro è sbilanciato fin dalla primissima inquadratura: Nick guarda, noi con lui, ciò che guardiamo è Amy, ma Amy è indecifrabile.
No: Gone Girl riguarda principalmente la protagonista del film, Amy Dunne, che scompare all’inizio del film: a livello letterale non è più a casa sua e non si sa dove sia andata, probabilmente è stata rapita (o forse uccisa), ma entro la fine del primo atto la sparizione di Amy assumerà tutto altro un significato.

 

Parte 1.2: la donna che non visse – due volte!

Chi è Amy Dunne?
Nel senso: che cosa sappiamo di lei? Chi ce lo dice? Ci basta a costruirci una sua rappresentazione a tutto tondo?
Subito dopo la scomparsa di Amy la detective Ronda comincia le indagini rivolgendo a Nick una serie di domande serrate sulla moglie, e Nick dimostra di sapere poco o nulla di lei (e di interessarsene altrettanto). Perfino quelle poche verità che ne riesce a ricavare vengono subito smentite dai fatti (la vicina di casa che si dichiara ‘la migliore amica’ non è una semi-estranea, come crede lui, ma ha davvero passato molto tempo a contatto con Amy).
A questo punto interviene il diario di Amy a colmare il buco d’informazioni, con il problema che…è il diario di Amy. E’ lei che scrive, e non è esattamente parte neutra.
Intelligentemente, il film ci fa credere per tutto il primo atto di poter trascurare questo particolare…fino a che ce lo fa esplodere in faccia, ed Amy non solo ammette di avere dato un resoconto tutt’altro che oggettivo, ma di aver pure bellamente condizionato, distorto, inventato qualsiasi cosa fosse successa nel suo passato.
Però a quel punto va tutto a posto, no? Lei scopre le carte con noi – non lo farà con nessun altro personaggio – e noi entriamo in possesso della verità, giusto? Non proprio.
Amy inizia la sua seconda vita a metà film, ma la sua seconda vita si ripete più o meno come la prima. Non esattamente come la prima (perché avrà un esito diverso) ma in modo molto simile. In particolare: Amy viene costretta dalle circostanze a sfoggiare millemila maschere già prima di riuscire ad assumere la nuova identità che forse vorrebbe costruirsi, forse perfino prima che la sua identità sia addirittura formata.
Andiamo per ordine.

“Colmare il vuoto al centro del proprio essere”, Amy Dunne, cheeseburger su tela.

Permettetemi adesso di lisciarmi il mio pizzetto freudiano, rilassarmi in poltrona, succhiare l’asticella di miei occhiali e dire: “Dunque, parliamo dei suoi genitori.”
No, seriamente, parliamo dei genitori di Amy Dunne.
Costoro sono una coppia di fottuti psicopatici scrittori che hanno avuto la bella pensata di tirare a campare sfornando romanzi per bambini, romanzi in cui riportavano le esperienze della figlia, però ‘ritoccandole per migliorarle’.
Avevano costruito insomma una persona finzionale – Amazing Amy, la protagonista dei romanzi – presentandola a migliaia di lettori, e finendo per anteporla alla figlia nella scala della verosimiglianza (e dell’affetto).
Amazing Amy esiste come esempio impossibile da imitare: per prima cosa è sempre un passo avanti alla ‘vera’ Amy (ci viene detto esplicitamente nel flashback della presentazione del libro, ma ci viene anche mostrato: nella stessa identica sera in cui Amy si fidanza, Amazing Amy si sposa) e in seconda battuta è esempio che diventa norma. Cioè le differenze tra le due Amy sono mal sopportate dai genitori, a vantaggio della Amy d’inchiostro (sempre nella stessa scena: Amazing Amy è ‘appropriatamente’ vestita di bianco per il suo matrimonio, Amy è rimproverata perché è vestita di nero).
Il padre e la madre di Amy sono le prime delle figure di interferenza nell’identità di Amy (le altre saranno Nick e Desi), e come tali hanno due caratteristiche: 1) hanno un’immagine ben precisa di Amy, e sono convinti che una qualsiasi discrepanza da quell’immagine sia un tradimento, 2) sono convinti di non aver fatto nulla di male, anzi di aver agito per il bene di Amy (e in questo soprattutto somigliano a Desi).

Questa è la nostra Amy!

Ma andiamo avanti: parliamo dell’uscita di Amy dal nucleo familiare.
Come se la cava con i ragazzi? Beh, diciamo non molto bene.
Le relazioni sentimentali di Amy risultano un puro e semplice upgrade di quelle coi genitori: cambiano i termini, le categorie, ma la dinamica resta.
Amazing Amy viene sostituita dalla Cool Girl (malamente tradotto in italiano con ‘Strafiga’): cioè l’ideale di partner secondo gli uomini che lei ha incontrato.
La Cool Girl, descrittaci in dettaglio da Amy stessa in voice over durante la sequenza del suo viaggio in macchina, ha una somiglianza e una differenza rispetto ad Amazing Amy.
Il tratto in comune tra questi due modelli comportamentali è la loro impossibilità ad essere raggiunti. Se Amazing Amy era definita dal suo essere un passo avanti, la Cool Girl comprende un insieme di caratteristiche contraddittorie: deve mangiare cibo bisunto e non rompere le scatole con le diete ma allo stesso tempo non deve aumentare di peso, dev’essere convenzionalmente attraente ma allo stesso tempo non deve dedicare troppa attenzione al proprio aspetto fisico, sopratutto deve avere una certa personalità eppure non contrariare mai – ma proprio mai – il suo uomo.2
La differenza tra i due stereotipi sta naturalmente in ciò che accade se si fallisce nell’aderirci.
Amy infatti è insostituibile per i propri genitori: Amazing Amy sarà anche irraggiungibile, ma è comunque modellata su di lei. Suo papà e sua mamma possono irritarsi con lei per la sua ‘inadeguatezza’, possono rimproverarla, ma non possono abbandonarla.
Dopo la scomparsa di Amy, sono attivissimi nelle ricerche, anche se (la cosa viene insinuata a un certo punto) per motivazioni prettamente egoistiche – senza Amy non hanno l’ispirazione per Amazing Amy e senza Amazing Amy… be’ non pubblicano niente e finiscono sul lastrico.
Amy è invece sostituibilissima per i propri partner (o almeno per uno: Nick), tanto che viene effettivamente sostituita da una Cool Girl ‘più giovane, più bella, più soda’. La punizione per non essere una Cool Girl è l’abbandono e il totale disinteresse (di nuovo: all’inizio del film Nick sembra interessato alla moglie tanto quanto al colore del proprio battiscopa).

“Totale disinteresse”, Ben Affleck e birra su tela, collezione privata Dunne.

Se non vi fidate di quanto nel film viene detto a proposito della Cool Girl (e in realtà fate bene a diffidare, visto che ce lo dice Amy), c’è però un altro episodio che illustra molto bene questa dinamica.
Si tratta della sequenza a casa di Desi.
Desi Collins, ossessionato da infatuato di Amy Dunne dai tempi del college, se la vede ricomparire nella propria vita proprio quando lei è in condizioni di estremo bisogno. Desi può così magnanimamente prenderla sotto la propria protezione e comodamente calzare i panni dell’eroe a costo zero.
SOLO CHE.
La cosa non gli basta: Desi ha un’idea ben precisa di che cosa sia Amy Dunne, e quella ragazza sconvolta, ingrassata e trasandata non ci assomiglia per niente.
Così le compra nuovi vestiti, del trucco, perfino una tinta per capelli (!) in modo che ritorni ‘ad essere sè stessa’.
E in caso ci fossero ancora dubbi, le dice apertamente: “Questa volta non ti lascerò andare”.
Se state pensando ‘ma è proprio come Scottie ne La donna che visse due volte!’ state pensando giusto. Solo che Amy non è Madeleine.
Oh no, non lo è proprio per niente.

 

Parte 1.3: Ella fu Amy Dunne

L’episodio di Desi, che segue la rapina ad Amy da parte dei due delinquentelli del motel, è fondamentale perché marca l’impossibilità per Amy di cercare la propria identità, di realizzarsi come persona.
Amy fugge dalla sua relazione con Nick ma dedica ogni grammo della propria forza di volontà alla vendetta: si dichiara disposta ad uccidersi pur di rendere completa la rovina del marito, e abbiamo buoni motivi per crederle.
Solo che le cose iniziano comunque a volgere al peggio per Nick e così Amy può tornare indietro sulla propria decisione: rimuove il post-it ‘Uccidersi’ dal calendario.
Il problema è che non sa con che cosa rimpiazzarlo.
In un altro film, quello sarebbe l’inizio. O almeno l’inizio dell’ultimo atto.
Qui invece le possibilità che potrebbero aprirsi ad Amy Dunne vengono immediatamente stroncate dai due junkies, e il risultato è che Amy ritorna sui propri passi ricalcando ogni sua orma, una per una.
Proviamo a pensarci: Amy parte a inizio film come moglie di Nick: alla fine del film è ancora sua moglie. Vivono sotto lo stesso tetto a inizio film: lo faranno ancora, alla fine.
A inizio film è ‘incinta di 6 settimane’ (anche se la gravidanza è una simulazione): indovinate un po’ che succede entro la fine del film.
Dapprima siamo convinti che Amy sia stata rapita, entro la fine la fine il rapimento si concretizza davvero (considerando una forma di sequestro quella inflittale da Desi).
Diavolo, la prima e l’ultima inquadratura sono addirittura identiche! (solo strizzando un po’ gli occhi ci accorgiamo che i capelli di Amy sono diventati un po’ più corti, altrimenti potrebbe essere la stessa identica inquadratura)

Ma come porti i capelli bella bionda ♫
Tu li porti alla bella marinara ♫

La seconda parte del film diventa un gioco.
Un gioco morboso, malato, schifoso, ma comunque un gioco.
Amy e Nick Dunne si affrontano mossa dopo mossa, attacco e contrattacco, fino alla fine della partita.
E’ una partita in cui entrambi sono sconfitti, e per questo Gone Girl è a suo modo una tragedia.
La sconfitta di Amy l’abbiamo vista: è la sua mancata realizzazione come persona, che la porta a ridursi ad un enigma.
Ma Nick? Be’, provate a farci caso: Nick viene trasformato in una creatura dello stesso tipo di Amy. Menzogna dopo menzogna, diventa più bravo ad ingannare il pubblico, più scaltro, più esperto. E’ ancora un passo indietro rispetto a lei, ma a parte lei nessun altro.
La loro relazione, costruita sul reciproco inganno, entro la fine del film diventa un perfezionamento di ciò che era all’inizio: adesso Nick ed Amy recitano essendo entrambi consapevoli di recitare.
Come a dire: se è impossibile essere sè stessi, allora si è tanto più felici quanto meglio si finge.
La tragedia non è che due esseri orribili finiscano per essere incatenati l’uno all’altro, la tragedia è che per loro quello è il miglior matrimonio possibile.
E forse non solo per loro, il film sembra dirci. Forse non sono solo loro a meritarsi quel finale, per aver fatto quello che hanno fatto: anche noi ci meritiamo questo finale per aver voluto vedere ciò che abbiamo visto.
Perché Gone Girl è nonostante tutto maledettamente divertente da seguire: una spirale che risucchia anche noi spettatori, insieme ai suoi protagonisti, tenendoci col fiato sospeso bugia dopo bugia, bassezza dopo bassezza, violenza dopo violenza. Un film in cui lo stesso schifo morale è proprio ciò che ci attrae (per questo Gone Girl è una storia pulp).
Di questo dobbiamo riparlare.

2. Dalla parte di Ava

 

Parte 2.1: il meccanismo dentro i nostri fantasmi

Questa è la parte in cui serve tirare in ballo la diatriba scatenatasi all’uscita al cinema di Gone Girl. Sì, perché Gone Girl è stato alternativamente definito un film misogino, un film femminista, un film postfemminista, o semplicemente un film cinico (il cui cinismo renderebbe irrilevante la discussione sul suo presunto sessismo).
Questa è anche la parte in cui ci ricordiamo che Amy Dunne è un demone della vendetta che uccide, seduce, inganna, manipola tutto e tutti pur di ottenere il proprio scopo, e che non esita a dare qualsiasi cosa (anche la propria a vita) pur di vedere distrutto l’uomo che l’ha ferita.
Una volta usciti ‘dalla parte di Amy’, non ci restano grossi dubbi sul suo comportamento.
Pur con tutti i motivi che un personaggio ha (e gliene abbiamo trovati parecchi) per fare ciò che fa, alla fin fine non può essere definito se non come assolutamente, completamente, irrimediabilmente malvagio.
Qui succedono una serie di cose interessanti.
A prima vista, schiaffare un personaggio del genere dentro la tua storia sembra una scelta orribile, no? Un personaggio che riassume i peggiori timori di una mascolinità misogina ed insicura, un concentrato vivente dei peggiori stereotipi riguardo al genere femminile.
Il film, stando così le cose, sembrerebbe suggerire che tutte le donne siano o vacue, arriviste ed ipocrite (come le giornaliste), o appendici di una figura maschile (come Margot, la gemella di Nick) oppure, se vogliono determinare il proprio destino, sono in realtà delle creature infernali come Amy. E badate: un sacco di gente è convinta che Gone Girl dica questo, motivo per cui ha accusato il film di misoginia. 3
Se le cose stessero soltanto così, questa lettura sarebbe condivisibile.
Solo che questo non è tutto. E non lo è per due motivi.

Il primo è che Amy Dunne è un personaggio complesso.
Fa cose orribili eppure siamo capaci di provare una certa ammirazione per la sua abilità. In certe sequenze del film vorremmo strangolarla con le nostre mani ma in certe altre arriviamo a temere per la sua incolumità. Ora ci troviamo a pensare che ciò che ha fatto è imperdonabile, cinque minuti dopo le dobbiamo concedere che però ne ha subite di parecchie.
Soprattutto, Amy Dunne ha carisma da vendere (e non guasta l’eccellente interpretazione di Rosamund Pike) e coerenza nella propria malvagità.
Noi possiamo capire le ragioni dietro a ciò che fa, pur disapprovandola. Non è folle, non è isterica, non è una crazy bitch: è un supercattivo di livelli jamesbondiani, è un personaggio memorabile, ed è una donna. Quanti personaggi vi vengono in mente, che abbiano tutte e tre queste caratteristiche? Non molti vero?
Il personaggio di Amy Dunne diventa un tassello (non può essere l’unico, ovviamente) verso la normalizzazione nelle rappresentazioni del genere femminile.
Senza dilungarci troppo, diciamola semplicemente così: abbiamo molti eroi maschili, e molti antagonisti maschili che sono dei Cattivi. Al contrario, già facciamo fatica ad avere eroine femminili, per quanto riguarda le antagoniste, poi, la quasi totalità di loro sono personaggi futili (o perché sono ridicole, o perché sono la spalla di qualcun altro).
Ma Amy Dunne? Per dirla con le sue parole: “No. Fucking. Way.”4

Il secondo motivo è che Gone Girl contiene effettivamente un discreto tasso di cinismo.
C’ è una scena che parla chiaro, a riguardo: si tratta “dell’interrogatorio” di Amy, da parte della polizia, dopo la sua miracolosa riapparizione.

Adesso vi racconto una storia…

Il contesto è questo qua: Amy è appena tornata a casa, con un sacco di sangue addosso e una storia orribile da raccontare.
I detectives le chiedono di dire tutto quanto, ma già all’inizio il loro tono è sommesso, hanno l’aria di volersi scusare per le domande a cui la sottopongono.
Amy recita la parte della vittima e inizia a ricattarli emotivamente, spremendo la loro pietà goccia a goccia.
Notate una cosa, però, dall’inquadratura di prima: la detective Ronda (è la seconda da destra, in alto), che ha seguito le indagini dall’inizio e a questo punto ormai sospetta di Amy, è l’unica a non avere un distintivo.
A livello di storia, il dettaglio si spiega col fatto che tutti quei poliziotti sono dell’FBI, tranne Ronda (la cosa ci verrà detta esplicitamente anche dopo), ma ovviamente questa cosa marca immediatamente un distacco tra loro e lei (e notate anche come fisicamente sembri esserci un certo spazio, tra lei e gli altri).
Se però sommiamo queste due informazioni, ne viene prodotta una terza: Ronda è l’unico personaggio inquadrato a non avere un simbolo di autorità su di sè. Cioè: quando il suo parere entra in contrasto con quello di tutti gli altri, non è a lei che toccherà l’ultima parola.
Il che è puntualmente ciò che accade.
Perché menzionare tutto questo?
Perché Ronda è, per tutto il film, la voce dello spirito critico. E’ quella che vuole vederci chiaro.
Può anche essere ingannata, ma prima o poi se ne accorgerà. E manterrà sempre un po’ di sano scetticismo su tutto ciò che le viene propinato.
In questa sequenza, Ronda inizia a porre ad Amy le (ragionevoli) domande che un detective serio dovrebbe fare.
Il risultato è che Amy viene messa in difficoltà. Comincia ad impappinarsi, a contraddirsi, a inventare fatti via via più improbabili.
Non può vincere quel round. Così bara, e ribatte seccamente: “Possiamo tornare al punto in cui ero tenuta prigioniera da un uomo con un passato di disturbi mentali?”
Da lì in poi Ronda non ha più possibilità di parola. Amy, trionfante, può perfino permettersi di insultarla, dicendole che se avesse dovuto attendere le sue ‘incompetenti indagini’, a quest’ora sarebbe stata ancora prigioniera.
Com’ è possibile? Be’, per colpa del pubblico della scena.
I poliziotti scoccano occhiate risentite a Ronda: ‘amano’ Amy, hanno già deciso che è la loro beniamina, e non vogliono che qualcuno mostri loro il contrario. Ancora peggio: bevono avidamente tutte le bugie di Amy, i dettagli morbosi della sua ‘prigionia’ li affascinano irrimediabilmente. Potreste vedere un filo di bava che cola loro dalla bocca, degno del miglior Bruno Vespa davanti al plastico di Cogne.
Tutto a posto, quindi? Loro sono una massa di stolti boccaloni, ma noi siamo diversi, giusto? Noi sappiamo come sono andate le cose, non ci facciamo fregare, vero?
Meh.
Nonostante tutto ciò che sappiamo su di lei, nonostante tutto ciò che le abbiamo appena visto fare, il centro della nostra empatia, in quella scena, è proprio Amy.
Questo grazie al meccanismo della suspense.
Per una descrizione un po’migliore vi rimando qui, per ora tenete conto che noi, nella scena, sappiamo il pericolo che Amy corre (essere smascherata) e questo fa quasi meccanicamente scattare la nostra immedesimazione in lei. Non vogliamo che la scoprano, e subito dopo ci sentiamo in colpa per aver ‘fatto il tifo’ per lei.
Ed è questo, in fin dei conti, che Gone Girl mette in scena costantemente: la nostra disposizione ad essere ingannati perché vogliamo esserlo, la nostra fame di esempi morali e di orrori morali, di angeli e demoni.5
La visione cinica che il film propone, per cui tutti sono delle persone orribili, o almeno molto stupide, è resa possibile dall’eccesso di un personaggio come quello di Amy.
Amy sembra sfidarci: quante ancora ne devo combinare perché qualcuno si stanchi? Volete vedermi mentre faccio cose disgustose? Ancora? E ancora? Non ne avete avuto abbastanza? Non sentite una punta di delicato aroma di vomito che vi tinge il palato?

A quanto pare no

Ma cosa succede se freniamo gli eccessi?
Se prendessimo una storia che inizia proprio come questa, ma ad un certo punto inserissimo una clamorosa differenza?
Se una ‘ragazza scomparsa’, completamente determinata dalle persone che le stanno attorno, invece avesse davvero la possibilità di diventare una persona? Di autodeterminarsi?

 

Parte 2.2: il fantasma dentro le nostre macchine

Non è una novità che i bambini abbiano la tendenza a distruggere le cose. Soprattutto i giocattoli. Soprattutto i loro giocattoli.
E se ci siamo presi delle belle sgridate per aver rotto qualcosa (se poi lo avevamo fatto apposta…), allo stesso tempo tutt* coloro che abbiano giocato con i Lego hanno in realtà probabilmente distrutto una quantità incalcolabile di automobili, edifici, intere metropoli di mattoncini colorati, senza incappare in nessun tipo di problema.
Già vedo qualcuno saltare sulla sedia.
‘Ci stai dicendo che non dovremmo giocare con i Lego?!’
Assolutamente no. Adoro i Lego, sono un ottimo gioco, lo raccomanderei a chiunque.
Il problema qui è che l’essere autore di qualcosa, l’averlo creato, tende a stabilire un rapporto di controllo assoluto sulla nostra creazione. Non era niente, siamo arrivati noi, è diventata qualcosa. Distruggere non è niente altro che invertire il procedimento, no?
Anzi (l’esempio dei Lego torna comodo): distruggere è l’unico modo per fare qualcosa di nuovo. Voglio dire: a meno di spendere un patrimonio in mattoncini, l’unico modo per avere nuovi materiali da costruzione è smantellare le mie creazioni precedenti, no?
Giusto, giusto. Però… cosa succede quando un Lego non vuole essere smantellato?

Lego power!

Occhei stiamo calmi. Vi vedo che di nascosto cercate di chiamare la polizia e di farmi portar via.
Naturalmente non vi ho inflitto 4.000 parole di post per dirvi che i Lego hanno un’anima. O che gli oggetti in generale hanno un’anima, se per quello.
Ciò a cui voglio arrivare è questo: lo stesso tipo di relazione salutare che abbiamo con i Lego, possiamo averla anche con qualcosa che una volontà propria ce l’ha (e in questo caso ovviamente la nostra relazione è a diversi chilometri dal concetto di ‘salutare’).
Per esempio, passiamo ad un mondo fantascientifico.
Pensiamo ai robot.
La fortuna dei racconti sui robot in fin dei conti è proprio questa: grazie alla sci-fi, il contrasto tra un creatore imperfetto e la sua creatura diventa tangibile, e a seconda del taglio che date alla vostra storia, starete in realtà dicendo cose molto chiare su una grossa serie di questioni tipo la libertà individuale, o l’educazione dei più giovani.
Se i vostri robot sono dei cattivoni crudeli che si accaniscono contro un’umanità incolpevole, state dicendo una cosa. Se dei robot giustizieri puniscono l’umanità per i propri difetti, ne state dicendo un’altra. Se i vosti robot instaurano una relazione articolata con gli umani, con le due razze che sono entrambe espressioni problematiche di pensieri politici differenti, ed entrambe sono destinate al fallimento a meno che non trovino un qualche tipo di compromesso, state parlando de La fine del mondo (ma di questo riparleremo più avanti, visto che fa parte di questo Cineforum).
Tornando a noi, perché dovrebbe importarci di storie che dipingono un’eventualità ipotetica, forse possibile o forse no, e in ogni caso soltanto nel futuro?
Noi non possiamo organizzare nei minimi particolari qualcosa che poi abbia una volontà propria, giusto?
Be’, non esattamente, e per due motivi.
1) Perché a volte le cose che creiamo possono sorprenderci (SI’ QUESTA LA SPIEGO),
2) Perché ci sono casi in cui davvero una persona viene presa e usata come materia da costruzione per un’altra persona (l’abbiamo visto prima, no?)

 

Parte 2.3: tutto molto divertente, fino a quando non lo è più

Noi abbiamo una serie di pregiudizi sulla nostra identità. Abbiamo una serie di convinzioni profonde che definiscono ciò che noi siamo, e non la prendiamo molto bene quando qualcuno o qualcosa le mette in discussione.
Tra queste convinzioni, ci sono anche quelle che regolano la nostra percezione di quali cose costituiscano ‘l’altro da noi’. Cioè quelle cose definite dal fatto che non fanno parte della nostra persona.
Queste convinzioni non nascono dal nulla, sono plasmate dalla nostra esperienza e dalla cultura in cui siamo immersi, e di solito sono adeguate per permetterci di vivere bene – all’interno di quella stessa cultura e a seguito di quelle esperienze.
Il problema è che le cose cambiano. Noi invece tendiamo a fare un po’ di resistenza a riguardo.
Questo per dire che noi abbiamo una serie di aspettative ben radicate su che cosa sia un soggetto autonomo dotato di volontà propria, e cosa no.
Siamo convinti di saper distinguere molto bene quando l’esercizio della nostra volontà è legittimo, e quando è un abuso. Crediamo che esista una relazione d’ordine innata, o se non proprio innata almeno universalmente accettata, che organizzi i nostri rapporti col resto del mondo.
Salta fuori che non è proprio così.
La nostra visione di mondo infatti ha l’abitudine (guarda un po’) di mettere costantemente noi al centro di tutto. E’ una conseguenza naturale: tutte le mie esperienze hanno come elemento in comune il fatto di avere me come protagonista, e così l’intero mondo finisce per gravitarmi attorno.
Questa cosa è problematica, ma forse non è veramente evitabile, è una condizione con cui dobbiamo fare i conti.
Il problema grosso (ed evitabile) è quando dal piano dell’esperienza individuale si passa a quello del contesto culturale. Cioè: quando l’io al centro del mondo si pensa parte di un gruppo che è al centro del mondo, il più importante di tutti.
Messa in questi termini la questione sembra facile da riconoscere e da evitare: solo un’orribile razzista crede di esser parte della razza suprema, solo uno sciovinista si crede parte della nazione migliore.
Episodi di cronaca a parte (visto che da Brexit a Trump a Le Pen razzismo e nazionalismo sembrano più vivi che mai), il problema è proprio questo: la questione non è mai facile da vedere in questi termini.
Nel senso che un razzista difficilmente si vede come tale. E’ convinto di essere la norma, sono ‘gli altri’ ad essere ‘fuori dalla realtà’.
Il nocciolo del problema è il non vedere alcun problema.
Un gruppo sociale dominante tende a imporre la propria visione di mondo all’intero corpo sociale, una visione di mondo che implica una rapporto di forza ben preciso, e che legittima il gruppo dominante nella sua posizione di potere.
Questo processo non avviene in maniera deliberata. Non aspettatevi dei ricconi-da-operetta, con tanto di guanti bianchi e cappello a cilindro, che girano di notte ipnotizzandovi o ordendo oscuri complotti a base di signoraggio bancario e scie chimiche.
Quello che succede è che si insedia la convinzione che le cose stanno così perché è normale, è giusto così (e lo stesso gruppo dominante subisce questa convinzione). O, ancora più all’estremo, si insedia la convinzione che non ci sono più differenze.
Siamo tutti quanti al centro del mondo, anche se nei fatti le cose non stanno così.
Abbiamo tutti le stesse opportunità e gli stessi diritti, anche se questa cosa viene smentita dai fatti.
Un razzista vi dirà che, così come lui fatica a tirare fine mese ma non rompe le balle a nessuno, non vede perché debba dare qualcosa ad un profugo. La sua premessa implicita è che nascere nel ceto medio italiano sia tutto sommato non diverso che nascere in Somalia, in Siria o nello Yemen.
Quando qualcuno si lamenta perché avverte di essere stato di fatto escluso, noi siamo sbalorditi. Non capiamo perché dica così. Poi subito dopo concludiamo che chiunque alzi la voce per lamentare una disuguaglianza, in realtà stia cercando di incolparci per i suoi fallimenti personali – in mancanza di visibili fallimenti personali, ci convinciamo che voglia reclamare dei privilegi.
La nostra identità, che tra le sue caratteristiche ha quella di ‘essere parte di un mondo in cui non ci sono sostanziali differenze tra gli individui a seconda della loro nascita’ è appena stata messa in discussione.
E quindi ci arrabbiamo.

“Non vogliamo sporchi robot, qui”

 

Parte 2.4: Ecce Robot!

Ma torniamo ai robot.
Beh, non a qualsiasi robot, in realtà, ma ad uno in particolare.
Parliamo di Ava, l’intelligenza artificiale al centro di Ex machina.
Ava è perfetta per dar conto di quanto abbiamo parlato fin ora.
Nel senso che non nasce di punto in bianco, non c’è un’illuminazione improvvisa nella testa di Nathan, il suo padre/programmatore a seguito della quale Ava prende forma. Men che meno un evento accidentale, oppure una scossa alla Frankenstin, insomma: la nascita di Ava non è istantanea.
Questa intelligenza artificiale ultimissimo modello arriva dopo un paziente lavoro di costruzione, un lavoro graduale attraverso cui ciò che inizia come software arriva forse ad avere una propria volontà.
Viene assemblata pezzo a pezzo, e disassemblata pezzo a pezzo se necessario.
Solo che ad un certo punto diventa chiaro che Ava ha un’opinione. Per di più , ha un’opinione riguardo sé stessa, riguardo al modo in cui viene plasmata.
Niente come Ex machina mostra come noi, che siamo spinti ad immedesimarci negli umani della storia (in particolare nel giovane Caleb), tendiamo a vedere come macchina Ava e a trattarla come macchina perché è così che la vedono loro.
Dei due personaggi umani, Nathan non è disposto a cambiare le proprie aspettative riguardo ad Ava. Non è un caso che tecnicamente, lui sia il padre di Ava: è questo che intendevo dicendo che le nostre creazioni possono sorprenderci.
Nathan è convinto di sapere tutto di Ava (tutto ciò che importa, almeno) e non capisce (men che meno accetta) qualsiasi forma di dissenso.
Il ruolo paradossale di Nathan è di voler creare qualcosa dotato di libero arbitrio, solo per poi negarlo quando questa libertà collide con i suoi desideri.
E Caleb?
Il povero, tenero, simpatetico Caleb ha intenzioni migliori di Nathan, ed è uno spirito romantico.
Riesce a convincersi della autonomia di Ava, e di quanto sia mostruoso il negargliela. Però è anche lui vittima dei propri pregiudizi. Pregiudizi che lo portano a tentare di ripetere, in forma diversa, le azioni di Nathan.
Succede che Caleb non vuole tanto che Ava sia libera, vuole essere lui a liberarla. La differenza è cruciale.
Nel senso che Caleb, nel profondo, si considera l’eroe per aver deciso di concedere ad Ava la propria libertà. Sorvolando sul fatto che il tutelare la libertà degli altri, il rispettarli come persone, non è un atto di eroismo, è il minimo sindacale di una società civile.
Caleb insomma si aspetta riconoscenza da Ava. Nel profondo del suo cuore (ma forse non così a fondo) si aspetta che Ava conceda spontaneamente a lui ciò che Nathan le ha preso a forza.
Se Nathan è un tiranno, Caleb è un monarca illuminato: pieno di buone intenzioni, ma comunque un despota.

Non ti meriti un biscottino per essere stato una persona normale

E adesso tiriamo le fila.
Abbiamo parlato di robot, intelligenza artificiale, software.
Però non è un caso che Ava sia un androide, perfettamente indistinguibile da un essere umano una volta completa. Soprattutto, non è un caso che abbia sembianze femminili.6
Questo è il punto in cui i messaggi di Ex machina si fanno meno astratti e il film rivela di non riferirsi in astratto all’espansione del nostro punto di vista.
No, il film di Alex Garland ha in mente un obiettivo piuttosto specifico: il modo in cui le donne sono rappresentate nella nostra cultura.
E ci mostra molto bene come è possibile perpetuare la discriminazione di genere pur avendo le migliori intenzioni. Ci ficca a forza nei panni di un personaggio, Caleb, che pur avendo luci ed ombre (come abbiamo visto) nel 99% dei casi è ritratto come l’eroe. Poi ci fa vedere i problemi di questo presupposto.
Ava è stata annullata nella propria identità, determinata fin dalla nascita da volontà diverse dalla sua. Esattamente come Amy Dunne.
Solo che Ava non è una psicopatica. Ava vive in un mondo in cui la sua libertà è possibile, e non si fermerà davanti a nulla pur di ottenerla. Vuole essere cittadina di un mondo migliore del suo, laddove Amy vuole essere padrona di un mondo peggiore.
Quale di questi mondi vogliamo che diventi il nostro, questo sta a noi deciderlo.

A questo proposito, buon 8 Marzo.

  1. Per la cronaca, questi tre titoli sono ovviamente stati dati alla stessa storia in diverse sue manifestazioni: il romanzo del 1968 di Philip K. Dick s’intitola ‘Do androids dream of electric sheep?’, la sua prima edizione italiana (Editrice La Tribuna, 1971) aveva come titolo il poco ispirato ‘Il cacciatore di androidi’ e infine il suo adattamento cinematografico del 1982 è il classico Blade Runner.
  2. Lo stereotipo della Cool Girl riprende il più noto esempio di mixed message, ovvero di informazione contraddittoria riguardo al comportamento esemplare atteso da un individuo. Si tratta del cosiddetto ‘Madonna-Whore complex’, che incoraggia e punisce allo stesso tempo l’adozione, da parte di una donna, di un comportamento sessualmente inibito tanto quanto di un comportamento sessualmente disinibito.
  3. Alcuni addirittura credono che questo sia il messaggio del film senza nemmeno accusarlo di misoginia: credono che persone come Amy esistano davvero, anzi siano pure relativamente comuni.
  4. Se questo passaggio vi sembra traballante, c’è questo articolo del Film Crit Hulk (se seguite questo blog l’avrete già incontrato) che lo spiega molto meglio di me.
  5. Ho appena citato un romanzo di Dan Brown. Dio mio che cosa ho fatto pregate per la mia anima Non me ne vergogno neanche un po’.
  6. E non è nemmeno un caso che un film iniziato nelle atmosfere rarefatte ed asettiche di una caverna ipertecnologica immersa nel verde incontaminato, abbia invece questa canzone ai titoli di coda.