Di cosa parla “Fa’ la cosa giusta”?

marzo 27, 2017

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[Proponiamo qui in traduzione un breve saggio critico su “Fa’ la cosa giusta”, il film di Spike Lee che proietteremo il 5 aprile 2017 nell’ambito del “ciclo intercultura” del cineforum Albatros. Il film, ambientato negli Stati Uniti, mette in scena la complessità del tessuto sociale urbano in questo Paese, e come le dinamiche razziali siano centrali nella vita dei singoli. Ecco due possibili punti d’interesse. (1) Il confronto fra la situazione americana e quella delle città italiane. Quali cose sono analoghe, quali completamente diverse? Possiamo trarre degli insegnamenti applicabili anche in Italia dalla storia del razzismo americano? (2) Il cambiamento del contesto americano – o di come viene raccontato – nello spazio di soli due anni e mezzo, da quando questo contributo è stato scritto (il 2014) ad oggi. L’autore fa riferimento alla diffusa convinzione di molti intellettuali liberal della tarda era Obama che l’America fosse inevitabilmente diretta verso un superamento totale del razzismo culturale e strutturale che l’ha sempre accompagnata. Le vicissitudini odierne stanno forse mostrando come questo ottimismo non avesse solide basi.]

Di Film Crit Hulk (18 agosto 2014)

Fa’ la cosa giusta non merita un breve post di lodi.

Merita un’analisi lunga un intero libro, perché potrebbe essere una delle più complesse e stratificate rappresentazioni della società americana e del modo in cui ci identifichiamo e orientiamo nel nostro panorama razziale.

Cosa che, spero, non faccia sembrare il film una specie di lezioncina pedante, perché niente potrebbe essere più distante dal suo impatto. E’ una poesia che brucia. Una meditazione lirica e impregnata di sudore sul “melting pot” culturale delle nostre città, che ha la consapevolezza che queste comunità urbane non sono, come il nome sembrerebbe indicare, un amalgama omogeneo di varie spezie in una deliziosa zuppa creola, ma invece una serie di gruppi distinti che sfregano l’uno sull’altro con stridenti livelli di attrito. Il film mette in scena questa idea con una vitalità senza precedenti. Colpisce il pubblico con un’esplosione di colori vivaci, humour, rabbia, musica e aspre riflessioni in egual misura. Praticamente ogni singola scena, ogni singolo dialogo, e ogni singolo personaggio esprimono un chiaro punto di vista: Mookie. Sal. Da Mayor. Mother Sister. Senor Love Daddy. Buggin Out. Smiley. Questi personaggi sono semplici espressioni di umanità e allo stesso tempo personificano intere filosofie di vita al di là di loro stessi. E tutto culmina nella trasformazione del film in questa ricca metafora che potremmo definire un mosaico della nostra società. Ed è una delle poche opere esistenti che veramente, onestamente ci arriva.

Quando Hulk ripensa a Fa’ la cosa giusta e all’estate dell’89, Hulk ricorda quanto il giovane Hulk fosse stato profondamente colpito. In effetti, era stato papà-Hulk, un educatore alle prese con la “gioventù problematica”, ad insistere perché lo si guardasse. Credeva che fosse veramente riuscito ad articolare qualcosa che pochi film, prima di questo, avevano affrontato. E anche se Hulk all’epoca era un giovanotto, anche se il film rappresentava un mondo adulto più complesso che era ancora di là da venire… Ciononostante, anche allora, sembrava profondo e vero. Probabilmente perché fu un’esperienza emotiva così potente. Agli occhi di un ragazzino, nessun pregiudizio sociale edulcorava l’inconcepibile ingiustizia della morte di Radio Raheem. Quell’immagine si impresse a fuoco nella psiche del giovane Hulk con bruciante chiarezza. E, giusto qualche anno dopo, Hulk fu in grado di riconoscere completamente il film, con tutta la sua audacia filosofica e cinematografica, per il capolavoro esplosivo che era.

Ma forse la società ricorda il film in maniera un pochino diversa. Perché nonostante l’appassionato sostegno che Fa’ la cosa giusta ebbe al momento dell’uscita, ci furono sempre lo scandalo di Cannes e il fatto che i giornali espressero apertamente la preoccupazione che il film potesse incitare sommosse violente. Più di ogni altra cosa, il film sembrò essere completamente frainteso da gran parte del pubblico bianco (ma ci arriviamo). Forse il modo migliore per spiegare la risposta popolare a questo film è ricordare che uscì lo stesso anno di A spasso con Daisy, che vergognosamente alla fine vinse l’Oscar. (Per spiegare la frustrazione di Hulk: possiamo per favore smettere di fare film che pensano che stanno insegnando alla gente come superare il razzismo, quando sono inconsciamente costruiti per aiutare i bianchi a sentirsi come se avessero già superato il razzismo? Cioè questi film non sono costruiti per confrontarsi con il problema del razzismo. Sono costruiti per rassicurarti del fatto che tu non sei razzista.) Questi due film, in teoria sullo stesso argomento, non potrebbero essere più diametralmente opposti in termini di onestà, obiettivi e merito artistico. Ma funziona così. E così continua la popolarità di questi film “innocui”, approvati dagli studios, sulla questione razziale, cosa che serve per esempio a far capire come Fa’ la cosa giusta sia diventato sempre più essenziale col tempo. A oggi, non c’è ancora niente che gli si avvicini.

Mookie (Spike Lee). Fonte: film-grab.com

Questo è anche il film che ha fatto diventare famoso Spike Lee. Si era pensato che lui fosse il primo di una serie di giovani registi neri brillanti e indipendenti (in realtà, nessun altro ha guadagnato popolarità – come abbiamo fatto a non riconoscere il talento di Julie Dash?)1. E Lee continuò e produsse una serie di capolavori di grande potenza e onestà come Malcolm X, Jungle Fever e Clockers (uno dei grandi film sottovalutati degli anni ’90). Ma con la stessa velocità, la società sembrò stancarsi della personalità pubblica di Lee. E’ come se fosse diventato più famoso per essere un newyorkese, un fan sfegatato dei Knicks e qualcuno che dice spesso cose “controverse”, che attaccano l’ipocrisia della cultura bianca, che per il suo impressionante lavoro dietro la macchina da presa. E onestamente, Hulk teme che col tempo Lee sia sempre più incompreso. Specialmente ora, visto che molti dei nostri intellettuali non fanno altro che pensare agli artisti neri solamente nel quadro di una società post-razziale. Non fraintendete Hulk, questo nostro punto di vista ha senz’altro dei meriti. Tale prospettiva permette all’artista di evitare che tutto il suo lavoro sia considerato come legato all’identità razziale. Promuove anche l’esistenza di modelli “post-razziali” per invertire il pensiero comune che bianco = normale. Ma assumere esclusivamente questa prospettiva implica senza volerlo che viviamo in un contesto culturale in perfetta armonia, dove i maggiori problemi razziali sono legati solo ad eventuali incomprensioni nelle interazioni quotidiane. Si tratta di una inquietante forma di ignoranza. E ha l’effetto di portare a considerare il pensiero di Spike Lee,  che non fa compromessi e sembra voler essere polarizzante, come qualcosa di appartenente al passato. Quando in realtà, Lee sta solo cercando a gran voce di far presente quella che è ancora la realtà per la grande maggioranza degli americani; non solo gli americani che non vanno mai più a sud dell’autostrada 10 (quelli di Los Angeles capiranno). Perché è ancora il 1989 nella maggior parte dei posti. E come possiamo vedere dalle news, in altri posti siamo ancora al 1959. Messa giù semplice: Fa’ la cosa giusta sta accadendo ancora.

Quindi, quando qualcuno recentemente ha descritto Hulk come un difensore di Spike Lee, Hulk ha ribattuto che non c’è proprio niente da difendere. Anche a un livello puramente cinematografico, è uno dei pochi grandi registi che è ancora deciso a far emergere la sua visione in ogni film. Ok, a volte canna in maniera spettacolare. Ha anche fatto film che a Hulk proprio non sono piaciuti. Ma quando ci prende, anche solo per un istante, non esiste cinema più potente e diretto sull’intero pianeta. E’ uno dei nostri ultimi veri autori; qualcuno che si preoccupa allo stesso modo del suo messaggio e del suo punto di vista, così come della loro presentazione. E anche se ha passato la sua “giovinezza” degli anni ’90, è come se ci stessimo dimenticando che questo qui sta ancora sfornando grandi film. La venticinquesima ora è un capolavoro. Nonostante la tragedia, ci sono pochi documentari che esprimono più vitalità di 4 little girls e When the levees broke. Anche con le sue opere più commerciali, cerca sempre di esprimere il suo cinema e le sue tematiche attraverso l’intensità e la chiarezza del suo punto di vista. E’ come se la gente non si rendesse conto che Inside man è uno dei blockbuster di genere più personali, rabbiosi ed espliciti degli ultimi decenni (e anche profetico, visto che ha anticipato la crisi bancaria e di Wall Street di due anni).

Quindi, se il più famoso e apprezzato regista nero a cui paragonarlo è Tyler Perry (che, come il nostro Evan Saathoff argomenterebbe, è comunque un regista infinitamente più strano e complicato di quanto si pensi), significa semplicemente che Spike Lee è sempre fondamentale. Non è solo uno dei nostri ultimi autori, è anche uno dei pochi che affrontano direttamente la trascurata ma molto vera bruttezza della parte peggiore di noi. Lo abbiamo celebrato per essere stato uno dei primi ad affrontare queste cose, e adesso, cosa? Ci siamo stancati perché si rifiuta di smettere di affrontarle? Perché state tranquilli che le lezioni al centro di Fa’ la cosa giusta non sono cambiate di una virgola in 25 anni. A dirla tutta, ci spingono a farci qualche domanda un po’ difficile sugli eventi di Ferguson 2: perché ci scandalizziamo di più per la militarizzazione della polizia? Perché ci scandalizziamo di più quando due giornalisti vengono arrestati senza giusta causa in un mcdonalds, che quando masse di giovani maschi neri subiscono lo stesso? Visto che succede sempre, allora è ok? Hulk stava parlando di questo al quartier generale degli Avengers, e hanno cominciato a dire: “Beh, se sono giornalisti, hanno la responsabilità di dire la verità, quindi possiamo dar loro credito e-” e qui si sono bloccati, rendendosi conto immediatamente dell’orrore dell’implicazione: che non puoi credere anche agli altri??? Anche quando capita loro di continuo??? Anche se non avevano l’intenzione di dire questo, in realtà si tratta dell’espressione di questo tipo particolare di ignoranza obliqua. Perché tutte le volte non ci poniamo la domanda più ovvia, quando si parla di questi conflitti. In primo luogo, non riusciamo a riconoscere ciò che sta alla base di tutto. Di questo si è parlato nel gran pezzo di Devin sui collegamenti fra Battlestar Galactica e Ferguson, che ha terminato con questo tweet profetico di Ahmad Abuznaid:

Decades later they’re still asking why Mookie smashed the window at Sal’s instead of why they killed radio Raheem. #Ferguson — Ahmad Abuznaid (@DiplomatEsq) August 11, 2014

Decenni dopo si stanno ancora chiedendo perché Mookie ha distrutto la finestra di Sal’s invece di perché hanno ucciso Radio Raheem. #Ferguson – Ahmad Abuznaid (@DiplomatEsq) 11 agosto 2014

Punta dritto al cuore di cosa vuol dire essere nero in America.

Ora, se vi aspettate che Hulk vi dica che Hulk sa questo per esperienza, no. Hulk non può parlare per esperienza e non tenterebbe mai di farlo. Ma questo non significa che Hulk abbia paura di affrontare la questione, di parlarne o di avere torto e di imparare di conseguenza. E soprattutto non significa che Hulk non possa facilmente rendersi conto di quanto facciamo schifo ad ascoltare coloro che possono parlare per esperienza.

Perché nessuno ascolta davvero.

Radio Raheem (Bill Nunn). Fonte: film-grab.com

Come Hulk ha già detto, non possiamo fare a meno di interpretare quello che sta succedendo a Ferguson facendo riferimento a dinamiche che per noi sono più rilevanti. Anche se non stiamo consapevolmente evitando di interpretarlo alla luce delle divisioni razziali, lo trasformiamo comunque nel problema della militarizzazione della polizia, o dell’arresto ingiustificato di giornalisti. Diamine, persino questa discussione verrà mistificata da coloro che ribattono “Perché questo cazzo di Hulk sta parlando di razzismo? E’ indecente! Questo è un argomento serio!”, cose che hanno proprio l’effetto indesiderato di silenziare la discussione pubblica sul razzismo, e, in ogni caso, servono a distrarre dal fatto manifesto che tutti adesso dovrebbero parlare di questo. Anche quelli con i nomi d’arte più idioti su internet. Non possiamo distogliere l’attenzione dal vero problema: la polizia continua a uccidere uomini e donne neri disarmati. Lo fa così tanto che a un certo punto siamo obbligati a parlarne… e poi, invece, non ne parliamo. E’ come se avessimo un blocco psicologico perché non possiamo vedere la cosa nel modo in cui è necessario vederla. La vediamo come una sfortunata eventualità. Come il sottoprodotto di altri problemi. O qualcosa che ci fa pensare ad altri problemi che sentiamo più vicini a noi. E tutto questo ricorda a Hulk quella volta in cui Hulk ha mostrato Fa’ la cosa giusta ad un attento (e biaaaaaanco) gruppo di studenti della scuola superiore, che hanno esclamato: “Non capisco. Ma alla fine non ha fatto la cosa giusta!” La loro confusione, proprio come il tweet che ho citato, sottolinea proprio come continuiamo a ignorare la cosa più importante, la causa principale di tutto questo. Vediamo la morte di Radio Raheem come un evento in una lunga serie di causa+effetto. Non riusciamo a vederla come il momento in cui il crimine più terribile di tutti viene commesso. Non lo vediamo come il momento in cui qualcuno ha fatto la cosa sbagliata. E’ sempre qualcosa d’altro. E su questo, la nostra ignoranza culturale è tutto.

Attaccare in maniera diretta questa cosa fa parte dell’idea che sta dietro a Fa’ la cosa giusta.

Per esempio, dal punto di vista artistico il film sceglie di mostrare la realtà così com’è, invece di come dovrebbe essere. Questo metodo ci porta a mettere direttamente in discussione le nostre reazioni, come se ci stessimo guardando allo specchio. Sembra una cosa ovvia, ma è scioccante quanto spesso la gente non capisca questa tattica e reagisca anche peggio di quanto non faccia in situazioni reali. Basta vedere la reazione di parte del pubblico a Wolf of Wall Street, che è stato accusato di diffondere l’immoralità e glorificare il suo protagonista, quando invece è un film che non punta un singolo dito contro l’orribile comportamento del protagonista, ma finisce puntandolo letteralmente contro il pubblico e la sua natura complice: la società venera questi ricconi e dà loro giusto una pacca sulla spalla quando si mettono nei casini, quindi perché il film dovrebbe fare più di questo? Perché il film dovrebbe necessariamente fare la morale, punire i cattivi, e mostrare l’eroismo disinteressato dei buoni, invece di mettere in luce direttamente l’orribile ironia: che nella realtà, questo non lo facciamo mai. Perché dovrebbe tentare di dirci che noi non siamo parte del problema? Hulk ha spesso discusso di come i film che trattano un tema serio e difficile possano in realtà rendere un cattivo servizio al pubblico se moralizzano il problema per noi. Questo succede quando ci mostrano il problema serio per come dovrebbe essere, perché questo è proprio ciò che deresponsabilizza il pubblico. Osservate ad esempio quanto la gente si arrabbi quando i film non fanno questo lavoro per noi, quando non puniscono il cattivo e celebrano il buono. Il cinema è qualcosa di potente, che può far crescere dentro di noi emozioni forti. Perciò, desideriamo che il cinema rispecchi quello che vogliamo. Ma quando ci costringe a condividere le responsabilità, quando ci include all’interno del problema, ci arrabbiamo perché ci sta mostrando come siamo davvero.

E questo serve a sottolineare quanto Fa’ la cosa giusta sia incredibile nel mettere in scena tutto questo. Ha il coraggio di evitare di rappresentare la trasformazione in vittima di Radio Raheem come un’ovvia e indiscutibile ingiustizia, ma, onestamente, punta alla complessità dell’evento e parla di tutti coloro che ne sono coinvolti. Se il concetto di razza è una narrazione, allora il film non tenta in alcun modo di edulcorare la narrazione. Cioè la storia non è una ridicola e artificiale sequenza di eventi pensata per “insegnarci” e poi farci sentire meglio. I personaggi sono confusi e combattuti proprio come  noi, e cercano di risolvere – anche se in maniera conflittuale – le angosce legate alla loro identità e al loro scopo nella vita… ma non ce ne accorgiamo. Avete notato come pochissimi critici si siano resi conto di tutte le volte in cui il film sta chiaramente criticando Mookie? Mookie è forse la perfetta caratterizzazione di una gioventù ribelle: ossessionato dai soldi facili, perditempo al lavoro, non vuole prendersi la responsabilità della sua vita e della sua famiglia. Spike Lee, che interpreta il protagonista, non lo sta facendo per glorificare il personaggio (cosa che qualcuno ha veramente sostenuto), ma per assumersene la responsabilità. Si sta prendendo la colpa, mettendo in discussione ogni aspetto centrale alla cultura afroamericana. Detto chiaramente: il film non sta giustificando il suo comportamento; sta tentando di farcelo capire. Ancora meglio, sta facendo una riflessione sull’essere giovani in generale: Mookie non è diverso da tutti i giovani protagonisti poco assennati che l’hanno preceduto. Inoltre, ogni personaggio in Fa’ la cosa giusta è alle prese con la propria particolare filosofia di vita, e tutti sembrano fare degli errori o avere l’abitudine di arrangiarsi in malo modo. Da Mayor, l’anziano vagabondo, deve imbottirsi di alcool anche solo per fare i conti con quante ne ha passate, un’approssimazione di una generazione sotto attacco per i diritti civili. Mother Sister, perseguitata dalle canzoni del passato. Questi sono esseri umani. E quello che il film vuole dirci è che tutti abbiamo il diritto di essere umani, di avere cattive abitudini, un punto di vista nostro, e di essere arrabbiati. E’ parte della nostra storia vita e di come la raccontiamo in quanto esseri umani. Ma anche ora, c’è una battaglia in corso su come raccontare la storia di Michael Brown, chi fosse e gli eventi che hanno portato alla sua morte. Hulk vi garantisce che la storia sarà cambiata ancora.

E quindi arriviamo al punto fondamentale di questa riflessione:

Nessuno merita di morire per colpe così normali, così umane.

Proprio come nessuno merita di morire per aver tenuto la musica ad un volume troppo alto.

Sal (Danny Aiello). Fonte: film-grab.com

Allora perché, guardando alla cronologia degli eventi, consideriamo queste cose come atti provocatori? Come influisce un furto commesso in precedenza sulla situazione a Ferguson? Perché quegli studenti delle superiori dicono “Ma se Radio Raheem avesse abbassato il volume della radio non sarebbe morto!” La vedono come una semplice azione che l’individuo può compiere per evitare una “logica” sequenza di eventi, ma in realtà non è altro che un modo di colpevolizzare la vittima. Quanti di questi hanno fatto notare che anche se Sal non l’avesse chiamata “musica da giungla” e non l’avesse trattato in modo così sprezzante, Raheem non sarebbe morto ugualmente? Perché l’esercizio esagerato della forza dev’essere un incidente? Perché è sempre un incidente? Chi merita di morire per essersi comportato come la maggior parte degli esseri umani avrebbe fatto dopo essere stata provocata?

Quante volte Hulk ha visto dei ragazzi bianchi imbecilli che provocavano i poliziotti in modo molto più offensivo e andavano incontro a una reazione molto più mite? Hulk ha visto persone fare cose veramente imbecilli, abbastanza da essere malmenati, arrestati e denunciati, ma sempre con la sicurezza di sapere che nessuno gli sparerà o li soffocherà fino alla morte… chissà perché! Ma questa differenza è la chiave, no? Hulk ha visto numerose sommosse dopo eventi sportivi e ha visto i poliziotti ridersela mentre un gruppo di ragazzi bianchi del college saltava su delle macchine. Allo stesso tempo, un amico di Hulk veniva puntato fra la folla e gli veniva detto  “sei un fottuto terrorista” e “dammi solo una ragione per ficcare questa pistola nel tuo culo arabo e premere il grilletto!” (fra l’altro, l’amico era indiano). Hulk ha dovuto trascinare via questo amico 10 isolati lontano da dove il poliziotto lo aveva aggredito. In seguito abbiamo sporto reclamo, ma senza risposta. E la polizia lasciava fare a quei coglioni dei ragazzi del college. E’ stato solo dopo la tragica morte di una ragazza bianca che la polizia ha cambiato completamente strategia. Ok, Hulk lo sa benissimo che questi sono solo aneddoti – non provano niente in maniera oggettiva – ma è da idioti ignorare l’enorme differenza di trattamento.

Giovani maschi neri, in principio simili a qualunque altro maschio in termini di psicologia, quando giustamente si infuriano ricevono in cambio una morte ingiusta e un sacco di critiche. Come dice il tweet, sono passati anni e ci stiamo ancora chiedendo perché Mookie ha tirato il bidone invece di perché hanno ucciso Radio Raheem. E il problema è che questa storia l’abbiamo già vista, e ne abbiamo parlato solo un anno fa con Oscar Grant e Fruitvale3. Ma è stato anche prima di allora: oggi è Michael Brown, ma un momento fa era Eric Garner4, e prima ancora? Kimani Gray. Kendrick McDade. Timothy Russell. Ervin Jefferson. Amadou Diallo. Patrick Dorismond. Ousmane Zongo. Timonthy Stansbury Jr. Sean Bell. Orlando Barlow. Aaron Campbell. Victor Steen. Steven Eugene Washington. Alonzo Ashley. Wendell Allen. Ronald Madison. James Brissette. Travares Mcgill. Ramarley Graham. E poi Tarika Wilson. Aiyana Jones. Miriam Carey. Shereese Francis. Shantel Davis. Sharmel Edwards. Rekia Boyd. Tyisha Miller. E Yvette Smith.

In alcuni di questi casi c’è stata una componente di provocazione. Altri sono più in linea con l’omicidio di primo grado. Ma tutte queste storie hanno una cosa in comune: un “fraintendimento” delle forze dell’ordine basato sull’esigere dalla vittima un non-comportamento impossibile. Un comportamento che non comunichi paura, rabbia, o porti a movimenti involontari, sperando che non sia interpretato come violento. E se non si passa l’esame, si muore. Persino The Onion ha perfettamente capito la follia di tutto questo. Peggio, questo significa che il livello di tacita approvazione per i poliziotti è posto oltre ogni ragionevole limite. Com’è possibile che questi atti di provocazione, nessuno dei quali meritevole della pena capitale, portino nella maggior parte dei casi al congedo retribuito e a una tirata d’orecchi dei poliziotti coinvolti? “Beh, ma è stato un incidente” Così pensiamo. O “Pensavano che avesse una pistola.” Ma certo che lo pensavano. Anche perché, se uno si trova in una certa situazione con certi pregiudizi, allora questo è quello che si aspetta. E quando le persone cominciano a incazzarsi per queste ridicole aspettative, la società chiede loro di reagire come avrebbe fatto Martin Luther King, altrimenti saranno trattati come animali riottosi. In generale, la nostra società si aspetta che queste ingiustizie generino tristezza. Una veglia solenne. Una tragedia, e la speranza che non sarà versato altro sangue, in modo da risolvere tutto o (almeno) qualcosa. Ma non stiamo risolvendo niente. Invece abbiamo messo in piedi una serie di misure che rendono più facile che accada di nuovo e militarizzato la polizia, contemporaneamente eliminando la figura del poliziotto di quartiere.

E’ impossibile fare la cosa giusta se a nessuno importa di quando le cose sbagliate vengono fatte a te.

E’ impossibile fare la cosa giusta se nessuno ascolta.

Ma stiamo ascoltando!” direte…

Beh, allora stiamo ascoltando in maniera selettiva. Perché continuiamo a concentrarci sulle risposte sbagliate. Persino quando il presidente Obama si è finalmente espresso sulla cosa, non ha usato la parola razza perché poteva sembrare che soffiasse sul fuoco. Ma la realtà è questa. E continuiamo ad aspettarci una reazione che non è quella che avrebbe un essere umano: la semplice tristezza, la proverbiale veglia; parlare di “incidente” di fronte a una costante, prolungata ingiustizia… quando essere arrabbiati per questo è completamente umano.

A proposito, questa roba è tutta nel film.

Tendiamo a scordarci di una delle ultime scene chiave di Fa’ la cosa giusta, quando il balbuziente Smiley entra in ciò che resta della pizzeria di Sal e appende al muro le immagini di Malcolm X e Martin Luther King. Il film poi prosegue con due delle più famose citazioni di entrambi sulla natura della violenza. Hulk ha visto – per davvero – della gente discutere di quale delle due sia “giusta” e quale dei due punti di vista il film sostenesse. Una discussione del cazzo, in cui non ci si rende conto che l’idea presentata nel film è che tutte e due le inclinazioni fanno logicamente, emotivamente e giustamente parte di ogni essere umano. E il non riconoscere questo diritto, aspettarsi da qualcuno un ridicolo standard di comportamento che non ci aspetteremmo da noi stessi, specialmente se vittime di oppressione, non è soltanto tremendamente ingiusto, ma è anche un’altra forma di oppressione. Non possiamo mandare avanti una società aspettandoci che i gruppi discriminati debbano agire come Martin Luther King jr. o Gandhi (due dei massimi leader ed esseri umani che il mondo abbia mai conosciuto) per essere considerati con un minimo di rispetto / non essere uccisi. E’ un pregiudizio tremendo e ridicolo. Specialmente quando diamo tranquillamente il beneficio del dubbio a poliziotti violenti, stupratori, etc. E’ una realtà che Hulk non riesce neanche a immaginare, e che ha tenuto Hulk sveglio in queste notti, perché non appena ci troviamo a subire 1/64 della disumanità che i maschi neri devono subire quotidianamente, andiamo in bestia.

Fa’ la cosa giusta porta questa realtà in primo piano: fare sempre la cosa giusta? Come possiamo aspettarcelo quando la società è completamente incapace di riconoscere quando accade la cosa sbagliata? E questa è solo una delle tante idee cui il film fa eco. Un semplice tassello in un mosaico colorato di tutte le sfumature delle nostre vite. E attraverso le stratificazioni infinitamente complesse delle nostre reazioni pubbliche, questa è stata la cosa che è rimasta in mente a Hulk da quella prima visione 25 anni fa. Dobbiamo smettere di trasformare il problema in qualunque altra cosa o in nulla e focalizzarci su ciò che Hulk chiamerebbe “l’implacabile realtà di Radio Raheem.” D’accordo, la polizia statale, più responsabile, è già stata chiamata. Ma succederà ancora.

Perché domani farà ancora più caldo.

<3 HULK

Martin Luther King, Jr. e Malcolm X. Fonte: film-grab.com
  1. Nel corso dei due anni e mezzo che sono passati da quando questo articolo è stato scritto, effettivamente una nuova generazione di registi e registe neri giovani e talentuosi è apparsa sulla scena: in ritardo di trent’anni rispetto alle previsioni. (NdT)
  2. Il 9 agosto 2014 il poliziotto bianco Darren Wilson ha sparato al diciottenne nero Michael Brown, uccidendolo, nella cittadina a maggioranza nera di Ferguson, nel Missouri. I giorni successivi sono stati segnati da proteste e tumulti. Nelle settimane e nei mesi seguenti, I fatti di Ferguson hanno rinvigorito il dibattito sull’uso a sfondo razziale della forza da parte della polizia (in particolare) e sulla questione razziale negli Stati Uniti (in generale). (NdT)
  3. Successivamente chiamato Fruitvale Station, è un film del 2013 diretto da Ryan Coogler. Mette in scena le ultime 24 ore della vita di Oscar Grant (ucciso il primo gennatio 2009). (NdT)
  4. Un mese prima dei fatti di Ferguson, il 17 luglio 2014, Eric Garner veniva strangolato a morte da un agente di polizia di New York. L’intero fatto è stato ripreso in un video, e mostra, fra l’altro, come la morte di Garner sia quasi la fotocopia di quella di Radio Raheem in “Fa’ la cosa giusta”. Attenzione che il video linkato, montato da Spike Lee stesso, è forte (oltre a essere tecnicamente uno spoiler). (NdT)