Di che cosa ci parla Roman Polanski?

febbraio 13, 2017

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Una cosa che di solito si dice su Polanski è che ne ha passate di tutti i colori – ed è vero, per carità.
In ordine sparso, è sopravvissuto all’internamento nel ghetto di Cracovia durante l’occupazione nazista, ha perduto la madre ad Auschwitz, è stato aggredito nel bel mezzo della campagna da un rapinatore che l’ha lasciato col cranio fratturato, sua moglie, incinta, è stata assassinata dalla Manson Family; è stato condannato dalla giustizia statunitense per violenza carnale su minorenne e dal 2005 pende su di lui un mandato di cattura dell’Interpol.
La tentazione di ridurre il suo cinema ad una specie di proiettore psichico che spara su pellicola i traumi subiti è forte. Ma può non esserci di grande aiuto.

Roman Polanski è un pessimista. Sì, questo è forse un buon punto da cui iniziare.
Non uno di quelli che vedono il bicchiere mezzo vuoto: no, è proprio una di quelle persone che vede, nelle cose, la presenza di un principio malvagio inestinguibile e forse anteriore all’origine del tempo, un Male che coinvolge le esistenze di tutti gli esseri umani e contro cui non è possibile vittoria e nemmeno resistenza, ma solamente consapevolezza.
Polanski non è nemmeno un nostagico, o un millenarista apocalittico, sia chiaro. Non è convinto che ‘prima le cose erano meglio’ o che ‘ormai è tutta una rovina, ma con un bel falò si può purificare tutto, anche a costo di lasciarci le penne’. Al Male, secondo lui, non si può sfuggire nè nel passato nè nel futuro.
Detto in un altro modo: al di sotto dell’apparenza, le cose non cambiano mai.
Non è un caso che in Chinatown, il quartiere cinese del titolo venga continuamente evocato come il passato del protagonista, Gittes (lì ha cominciato la carriera di detective, prima di diventare investigatore privato), ma sia anche il luogo in cui sisvolge la scena finale.
O che Gittes si ritrovi a ripetere nel finale ciò che, a suo tempo, i suoi superiori avevano detto a lui. Entrambe queste scelte furono prese da Polanski stesso, in contrasto (perfino in litigio) con lo sceneggiatore, Robert Towne.

Un’altra cosa che si può dire di Polanski è che sia un regista legato al tema dell’ambiguità.
Le sue storie non ruotano tanto attorno ad una netta contrapposizione tra realtà ed apparenza, ma ad una contrapposizione tra apparenze diverse. Spesso ci sono situazioni che si prestano ad interpetazioni contraddittorie, mentre noi spettatori siamo lasciati nell’impossibilità di decidere che cosa sia effettivamente successo.
Così, per esempio, in Rosemary’s Baby non capiamo se il bambino del titolo sia manifestazione delle paure della protagonista o sia letteralmente figlio del diavolo, o se la vicenda di Venere in Pelliccia sia una recita o no.
E in Chinatown?
Più che mai: la protagonista femminile del film, Evelyn Murray (Faye Dunaway) entra in scena come la più tipica delle femmes fatales del cinema noir, e da buona femme fatale nasconde alcune informazioni chiave al buon detective che vorrebbe chiudere il caso.
Ad un certo punto del film rivela insomma qualcosa di sè che prima non sapevamo.
Solo che la maschera caduta non sembra meno vera del volto appena scoperto, e il tutto culmina nella scena in cui lei viene schiaffeggiata da Gittes, e dopo ogni schiaffo dice cose in contraddizione l’una con l’altra – solo che non sono in contraddizione.
Ed è proprio in quella scena che capiamo chi sia l’antagonista del film, o meglio, che cosa sia l’antagonista del film.
Il Male in Chinatown ha le sembianze di un essere umano – un essere che non sposta le cose col pensiero, non prende possesso di giovani ragazzine e non fa vomitare loro ettolitri di roba verdastra: siamo in un noir, mica in un horror.
Però sembra nato insieme alla città di Los Angeles, anzi potrebbe proprio averla creata, sembra avere i destini di tutti nelle proprie mani, si rifiuta di morire (neanche se gli sparano) ed è in grado di impadronirsi del nostro futuro.
Se poi, come soggetto della frase precedente, al posto de ‘il maligno’ ci mettete ‘il capitalismo’, sappiate che (almeno nel contesto di Chinatown) non siete troppo fuori strada.